I vuoti di memoria di Davigo. E si appella al segreto d’ufficio

Dic 18, 2020

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    Aveva provato a evitare l’interrogatorio, non presentandosi ai difensori di Luca Palamara. Ma quando lo ha convocato Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, minacciando di mandare i carabinieri a prenderlo, Piercamillo Davigo ha dovuto presentarsi e rispondere sotto giuramento sui suoi rapporti con Palamara e gli altri protagonisti dell’affaire che ha scosso la magistratura italiana fin nelle fondamenta. Il 19 ottobre L’ex «Dottor Sottile» del pool Mani pulite un po’ ha risposto, un po’ si è adagiato nei «non ricordo». E quando è arrivata la domanda cruciale ha scelto di rifugiarsi dietro un non meglio precisato «segreto d’ufficio». Quale segreto, quale ufficio? Qual è il fronte ancora aperto del «caso Palamara» di cui nessuno conosce ufficialmente l’esistenza?

    Il tema su cui Davigo rifiuta di rispondere è per lui assai delicato: i suoi rapporti con Sebastiano Ardita, membro del Consiglio superiore della magistratura, eletto nella corrente fondata e guidata da Davigo «Autonomia e indipendenza». I rapporti tra i due erano ferrei, poi si sono guastati. E di mezzo c’è un pranzo imbarazzante per Davigo: Ardita lo porta a conoscere due pm romani, Erminio Amelio e Stefano Fava, che potrebbero venire arruolati nella nuova corrente. Nulla di male. Se non fosse che Fava è oggi sotto processo, accusato di avere spifferato a Palamara, prelevandoli illegalmente dai computer dell’ufficio, notizie scottanti sul procuratore capo Giuseppe Pignatone e sul suo vice Paolo Ielo. Sono le notizie che poi Fava traduce in un esposto al Csm. Cosa sapeva Davigo di quell’esposto?

    «Escludo categoricamente che Fava mi disse che intendeva presentare un esposto contro Pignatone o Ielo», dichiara Davigo. È l’esatto contrario di quanto dice Fava, secondo cui si parlò dei «possibili conflitti di interesse che avevo segnalato tra il procuratore e alcuni indagati»: e spiega di aver citato i contratti di consulenza tra il fratello di Pignatone e tre indagati eccellenti. Invece Davigo dice che «può essere che Fava mi abbia parlato di dissapori col suo capo, se lo ha fatto le sue lamentazioni dovevano essere così generiche che io non ne ricordo l’oggetto». Uno dei due non la conta giusta. A sciogliere il nodo potrebbe essere Ardita, anche lui presente, anche lui interrogato a Perugia: ma il suo verbale è ancora inedito.

    E magari Ardita potrebbe spiegare a cosa si riferisce Davigo quando sotto interrogatorio si avvale del segreto. La prima volta lo fa quando Cantone gli chiede perché Ardita era preoccupato dopo la pubblicazione delle intercettazioni di Palamara: «Non posso spiegare interamente la vicenda in quanto coperta in parte da segreto d’ufficio». Qualcosa Davigo la racconta, spiegando di avere energicamente contestato il comportamento del collega, che continuava a vedersi con Antonio Lepre, un membro del Csm investito in pieno dalle intercettazioni. Ma si capisce che c’è dell’altro. Insiste Cantone: Ardita esternò la ragione delle sue preoccupazioni? Davigo: «Questa è la parte coperta dal segreto d’ufficio su cui non posso rispondere. Si tratta della ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020».

    Su quale segreto Davigo si consideri tenuto a tutelare, si possono fare solo ipotesi. La più improbabile: che si tratti di temi affrontati da lui e Ardita, o da lui e da altri, durante sedute del Csm coperte dal segreto, come le camere di consiglio dei processi disciplinari (ma quali, e a carico di chi?). La più allarmante: che di queste cose Davigo abbia già dovuto rispondere sotto interrogatorio in una inchiesta ancora segreta sul marcio nel Csm. Condotta per competenza territoriale dalla Procura di Roma.



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