Il capitale umano che vale più dei calcoli politici

Dic 23, 2021

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    Non è la stessa cosa e non è vero che non fa la differenza. Non starebbe lì, chiamato da tutti per cercare una via d’uscita. Solo che adesso Draghi si ritrova a rinnegare se stesso. Non sono l’uomo della provvidenza. Sono uno come gli altri, anzi un nonno che si mette al servizio della Repubblica. «La responsabilità delle decisioni è interamente nelle mani delle forze politiche e non degli individui». È super Mario che si toglie il mantello e si incammina, come uno qualunque, verso il Quirinale. Ho fatto, dice, quello che dovevo fare e ora sono più utile altrove. Non sprecate l’occasione, questa legislatura deve arrivare al suo confine naturale e per un altro anno non sarà poi difficile trovare un sostituto. Uno, o una, vale Draghi. La scelta finale dipende da voi, dai partiti. Il peggio è passato e una maggioranza politica si trova.

    Qui però Draghi dissimula e costruisce una piccola bugia. Questa maggioranza è un’anomalia e ha preso forma, a fatica, intorno a lui. Non è una maggioranza qualsiasi. È quella di Draghi. È il suo capitale umano. Ha il suo volto e la sua firma. Non ci sarebbe senza di lui. È stato invocato, come una speranza, come un fuoriclasse, come chi ti garantisce dentro e fuori. E lui ci ha messo la faccia, davanti all’Europa, davanti agli italiani, senza neppure passare per le elezioni. «Sulle riforme – disse – garantisco io». È l’uomo indicato per un tempo straordinario. Ora lui racconta che è finito. Ma è davvero così? La cronaca, i fatti, sembrano affermare il contrario. La pandemia è una giostra che non smette di girare. Si parla di vaccino obbligatorio, di una variante del virus ancora da decifrare, di una sospensione della normalità che va avanti indefinita, di un futuro ancora tutto da immaginare. Lo stesso Draghi ha scelto di prorogare lo stato di emergenza. Le condizioni del suo ingresso a Palazzo Chigi non sono affatto così diverse, tutt’al più è cresciuta la rassegnazione. È una notte che non passa più, lunga, inquieta, senza respiro. A mutare è solo la pazienza di Draghi e il Quirinale appare come il luogo dove i nonni trovano pace. È, nelle sue parole, una sorta di dismissione. Legittima, ma che apre all’incertezza.

    È come tornare indietro e si rifà la conta, magari per scoprire che questa volta sarà il gruppo misto a fare la differenza. Siamo sicuri che l’individuo in politica non faccia la differenza? Anche Giuseppe Conte aveva una maggioranza ed è caduto perché a un certo punto sono emerse le sue fragilità. Non aveva il carisma di Draghi. Non aggregava consensi più ampi rispetto ai suoi partiti di riferimento. Non era l’anomalia arrivata a fronteggiare tempi eccezionali. Era il capo di governo di una maggioranza politica nata da un ribaltone. Senza Draghi si torna a improvvisare un sostegno parlamentare oppure si va direttamente alle elezioni. Non c’è motivo per fare stare insieme chi fatica perfino a riconoscersi. Al massimo si tira a campare per paura di perdere lo stipendio. Il risultato è un lungo governo balneare. I partiti provano a riprendersi il proprio spazio, ma è un’idea senza corpo.

    È che in politica gli individui non sono magari tutto, ma pesano parecchio. La leadership non è una variabile di poco conto. Non ci sarebbe stata la svolta del centrosinistra negli Anni ’60 senza Amintore Fanfani. Non si sarebbe parlato di compromesso storico senza Moro e Berlinguer. Non ci sarebbe stato un socialista a Palazzo Chigi senza Craxi. Berlusconi e Prodi hanno segnato il bipolarismo della «Seconda Repubblica».

    La realtà è che senza Draghi a Palazzo Chigi cambia tutto e nasconderlo è una finzione.


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