Il corteo dell’odio a Bologna: Giorgia appesa a testa in giù

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Autogol. I collettivi bolognesi che, manifestando per «una buona vita», hanno pensato di dar forma al proprio dissenso contro il nuovo governo appendendo a testa in giù alla torre Garisenda, due sere fa, un manichino con le sembianze di Giorgia Meloni, non si aspettavano che quel gesto si potesse ritorcere contro di loro. Non tanto per le conseguenze cui rischiano di andare incontro i responsabili, con gli investigatori bolognesi al lavoro, setacciando le immagini, per individuare chi materialmente abbia portato in piazza e poi appeso quel fantoccio. Quello è un rischio calcolato da parte degli antagonisti, e non è vista come l’affermazione della legalità ma come la controprova, per loro, della «repressione» in azione, e dunque quasi come una medaglia. Il boomerang, invece, è il gesto in sé. Ultimo di una lunga serie, ha finito per rompere il clima di tolleranza, di distratta connivenza, e talvolta di sottovalutazione o persino di condivisione, che anche la politica aveva contribuito a creare intorno ai precedenti episodi. Come nel caso degli scontri alla Sapienza, dove l’accento era finito sulle manganellate della polizia e non sull’intenzione dei collettivi degli studenti di interrompere un convegno dell’organizzazione giovanile di Fdi, portando così gli agenti a intervenire. Anche qualche giorno dopo, l’aggressione di cinque ragazzi della stessa organizzazione, Gioventù nazionale, da parte di una cinquantina di studenti dei collettivi di sinistra era passata quasi del tutto sotto silenzio, ed era stata persino messo in dubbio che ci fosse mai stata.

Qualche tiepida reazione, ma certo nessuna gara olimpica alla solidarietà, avevano poi suscitato le scritte contro il presidente del Senato La Russa, o lo striscione che, al Colosseo, dava allo stesso il benvenuto scrivendone il nome «a testa in giù» (portando tra l’altro un militante dell’organizzazione che l’aveva appeso a lamentare la «inaccettabile solidarietà del centrosinistra»), e ancor meno interesse si era sviluppato dal «Salvini Boia» in Val di Susa, una dichiarazione d’intenti del movimento No Tav all’appena insediato ministro delle Infrastrutture. Persino i due manichini, uno con le fattezze di La Russa e l’altro con quelle del presidente della Camera, Lorenzo Fontana, appesi nel centro di Roma su Ponte Sublicio avevano raccolto un po’ di sdegno solo da Italia Viva.

I precedenti, insomma, per gli antagonisti bolognesi sembravano incoraggianti. E a qualcuno dei manifestanti, l’idea di preparare il pupazzo, addobbarlo con vestiti militari e appenderlo a testa in giù, rievocando naturalmente l’esposizione del cadavere di Mussolini a piazzale Loreto, sarà sembrata un’ottima idea. Un modo, non troppo originale visti i tempi, per strappare anche un po’ di copertura mediatica in più per l’evento.

Ma è andata male. E dopo i colpi a salve, il fantoccio Meloni ha fatto traboccare il vaso, apparendo più grave che greve, e innescando, stavolta, un coro trasversale di sdegno. Non solo la maggioranza, non solo Renzi e Calenda. Anche se solo dopo aver fatto passare la notte, il gesto contro la presidente del Consiglio viene condannato ieri anche dal Pd, e con parole nette. «È molto grave quanto avvenuto a Bologna», twitta la presidente dei senatori dem Simona Malpezzi. «Un episodio intollerabile che va condannato fermamente» le fa eco Debora Serracchiani. Nemmeno il tempo di raccogliere solidarietà bipartisan che il governo scopre in Giuseppe Valditara un nuovo bersaglio. Ieri a Bari, infatti, sul muro di una scuola è comparsa una scritta minacciosa contro il ministro dell’Istruzione.


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