Il disastro di Lagarde e lo spettro di un’altra crisi

Giu 10, 2022

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    Il vecchio adagio «mal comune, mezzo gaudio» non dovrebbe mai far parte del lessico dei banchieri centrali. Non appartenendo alla categoria, Christine Lagarde non se ne cura. «Tutte le istituzioni – ha detto ieri la capa della Bce – hanno sottostimato l’impatto dell’inflazione, non solo noi ma anche tutte le altre principali organizzazioni internazionali». È una scusa da asilo Mariuccia, nonostante il Covid prima, con la catena degli approvvigionamenti spezzata dai prolungati lockdown, e poi la guerra in Ucraina, con la folle girandola di rincari, fossero due variabili non ipotizzabili. Un cigno nero svolazzante, che altro non è che il cetriolo globale del Giulio Tremonti di Corrado Guzzanti, andrebbe comunque sempre messo in conto. Così, questo abbaglio collettivo finisce per essere una tara sulla competenza di chi governa – e condiziona – le nostre esistenze. Anche perché a valutazioni sgangherate corrispondono, quasi sempre, decisioni altrettanto sgangherate. Per anni, ci hanno raccontato di quanto fosse brutta, sporca e cattiva la deflazione (virtuale), seppur il fenomeno aumenti il valore reale del denaro e, quindi, consenta una tenuta dei salari. Il nemico di oggi (reale) è un carovita stile anni ’70, appena temperato dagli interventi tampone del governo. Ora l’Eurotower ha attraversato il suo Rubicone: ha deciso di voler fermare la corsa dei prezzi con l’arma dei tassi. Pur sapendo che uno choc esogeno, come quello creato dall’arroventamento dei costi energetici, non si fa sparire con gli strumenti tradizionali della politica monetaria. Con un’aggravante: i giri di vite coincidono con la ritirata di tutti gli aiuti. Sparisce il vecchio piano d’acquisto titoli di Mario Draghi; finisce sul binario morto il Pepp, il programma da 1.850 miliardi varato per far fronte all’emergenza pandemica. Con una rapidità che stride rispetto alla prudenza richiesta in una fase congiunturale così delicata. Le pressioni della Germania, dove l’inflazione morde più che altrove, hanno determinato la svolta. Nei prossimi mesi l’istituto di Francoforte potrebbe cadere nella tentazione di calcare la mano se, come prevedibile, le strette non daranno gli affetti sperati. Il rischio è duplice: azzoppare del tutto una ripresa già claudicante, trascinando l’eurozona in stagflazione (una miscela indigesta fatta di alta inflazione e stagnazione economica); far esplodere gli spread di quei Paesi, come l’Italia, più fragili ed esposti ai venti della speculazione per l’elevato indebitamento. Da questo punto di vista, con Madame Lagarde c’è poco da star tranquilli. «Non siamo qui per ridurre gli spread», disse ancor fresca di investitura nel marzo 2020, nel pieno della pandemia. Frase disastrosa sotto il profilo della comunicazione, ma ancor più rovinosa per noi dal punto di vista finanziario per l’immediata impennata dei rendimenti dei nostri bond. Mentre le tensioni sui mercati finanziari crescono, del fantomatico scudo anti-spread non c’è al momento traccia. Prima che all’orizzonte si profili una crisi del debito sovrano 2.0 sarà meglio che la Bce si dia una mossa. E non in senso restrittivo.


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