Il fantasma di Draghi tra Colle e premier

E in piena verifica, ecco la vampata del drago. «Basta buttare soldi – spiega l’ex presidente della Bce – in aiuti ad ampio spettro e in aree dove il mercato sta fallendo», i progetti «devono essere utili e di elevato rendimento: la sostenibilità del debito pubblico sarà giudicata da come verrà impiegato il Recovery fund». Quella di Mario Draghi è una lezione, rapida, di efficacia e semplicità. È uno schiaffo a Giuseppe Conte, incartato invece in un bizantino «confronto di maggioranza» su task force e rimpasto. È anche un programma di governo? Supermario giura di no e ripete agli amici di dormire benissimo senza sognare Palazzo Chigi, ma insomma, dopo l’uscita del report del G30, i partiti sono in ebollizione e il premier si è innervosito parecchio. «Ancora lui – è il commento -. E proprio adesso?». Che coincidenza.

Dunque è tornato il fantasma di Draghi e agita le lunghe serate di Conte. Davvero vuole il suo posto, si chiedono in tanti a Montecitorio, o punta più in alto? E Mattarella, che ruolo ha? Lo spettro peraltro è molto reale. Il Professore da qualche settimana ha lasciato la casa in campagna e si è ritrasferito nel suo appartamento romano. Il suo ufficio di rappresentanza alla Banca d’Italia è diventato la sua base operativa. Durante il giorno gira, vede gente, parla al telefono. «Mi cercano in tanti». La Merkel, la Lagarde, ma anche Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, e persino Luigi Di Maio. Con il Quirinale c’è ormai una consuetudine di rapporti, quasi un filo diretto. Sergio Mattarella lo consulta spesso in questo periodo e, nonostante abbia avvertito tutti che se cade Conte si va alle elezioni anticipate, lo considera un asso da giocare in caso di necessità, quello che una volta si definiva «una riserva della Repubblica», buono sia per Palazzo Chigi che, tra poco più di un anno, per il Colle. Sempre che lui abbia voglia di buttarsi nell’attuale circo Barnum della politica, o che sia interessato alla presidenza della Repubblica.

Sull’argomento il Professore non ha mai aperto bocca, non ha mai nemmeno mosso un muscolo. Riserbo, profilo basso, ogni tanto un intervento mirato e casualmente coincidente. Ma basta che il drago aleggi per terremotare il Palazzo. Matteo Renzi è stato come al solito il più veloce e già lo ha sventolato per far infuriare il toro Conte. «È sempre bello leggere le riflessioni di Mario Draghi, che ci richiama a una visione seria e intelligente del futuro delle imprese, dei posti di lavoro, del debito pubblico. Abbiamo una grande opportunità, non sprechiamola». Dal suo punto di vista, il report del G30 dimostra che, se il premier non cederà, un altro governo subito è possibile. Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera, gli dà ragione. «Le analisi dell’ex presidente della Bce sono una traccia per la classe politica e dirigente che dovrà affrontare i prossimi anni di crisi economica. Come dice lui, la realtà è più preoccupante di quanto si veda, per una strategia di sviluppo non devono aiuti a pioggia ma un uso intelligente dei fondi europei. Il governo ne prenda atto e si presenti in Parlamento».

E stavolta il «burocrate di Francoforte», è piaciuto pure ai Cinque stelle. Sergio Battelli, presidente della commissione Politiche Ue, «condivide» l’appello: «Dobbiamo agire con urgenza per salvaguardare piccole e medie imprese in difficoltà di liquido. La governance si può migliorare». Concorda Gianluca Benamati, capogruppo Pd nella commissione Attività produttive: «Le parole di Draghi vanno al cuore del problema. Le risorse vanno spese per crescere. Il Paese non avrà una seconda chance». Il Professore intanto annota tutto e in silenzio alimenta il suo rumoroso mistero.



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