Il giudice e la liquirizia antivirus

Dopo il poliziotto con il ciondolo, ecco il magistrato con la liquirizia. Nel catalogo dei rimedi creativi contro il Coronavirus un posto di spicco era occupato finora da Giuseppe Tiani, segretario di un sindacato di polizia e fino all’altroieri presidente di InnovaPuglia, società della Regione governata da Michele Emiliano: nel corso di una audizione parlamentare, Tiani aveva mostrato un ciondolo di produzione israeliana «che genera dei cationi che inibiscono qualsiasi virus abbia un segno positivo», chiedendo che venisse acquistato dal governo e distribuito a tutte le forze dell’ordine per preservarle dal contagio da Covi-19. Ne era nato un mezzo putiferio, e Tiani si era dovuto dimettere da InnovaPuglia, pur protestando «non sono Wanna Marchi».
Neanche il tempo per Tiani di uscire di scena insieme al suo ciondolo, ed ecco salire alla ribalta un altro rimedio antivirus finora trascurato dalla medicina ufficiale: la liquirizia. A vantarne le proprietà è stavolta un magistrato, un giudice in servizio alla sezione Lavoro del tribunale di Torre Annunziata. Si chiama Giovanni Favi e non è un magistrato qualunque: è uno dei leader di «Articolo 101», la corrente nata recentemente in contrapposizione frontale con la vecchia nomenclatura dell’Associazione nazionale magistrati. Favi, che era stato promotore qualche anno fa di un referendum per mettere un tetto al carico di lavoro delle toghe, si è candidato alle ultime elezioni per l’Anm, e sarebbe stato anche eletto: ma per le regole interne ad Articolo 101 sull’alternanza di genere ha dovuto cedere il posto a una signora.
Ma ha continuato a preoccuparsi della salute dei colleghi. Così l’altro giorno ha inviato un messaggio a tutti gli iscritti alla sua lista indicando una serie di rimedi per proteggersi dall’epidemia. Non si tratta, tiene a specificare, di roba da prendere dopo che ci si è ammalati ma prima, a scopo preventivo. Apre l’elenco con la vitamina D, e fin qua va bene: ne hanno parlato anche studiosi autorevoli, ci sono statistiche, e Favi può annunciare che «in Inghilterra e Scozia sta per distribuirla lo Stato». Ma non si accontenta, e propone ai colleghi un altro rimedio, l’echinacea: qui la faccenda si complica, perché lo studio del Virology Journal sui rapporti tra l’erba e il virus è stato brutalmente stroncato dall’Istituto svizzero per il farmaco, «per mancanza di studi sull’esatto effetto degli estratti di echinacea sull’uomo e quindi per motivi di sicurezza dei pazienti, la promozione dell’uso di Echinaforce® contro i virus corona non è consentita». Ma non basta, Favi indica anche la quercetina, una molecola che però autorevoli biologi hanno già indicato come «un composto insolubile riproposto ogni volta contro l’ennesima malattia emergente per raccattare un po’ di soldi da parte di venditori di integratori senza scrupoli». E vabbé. Ma poi ecco l’arma finale: la liquirizia. Dove sta scritto che succhiando Saila si tenga lontano il virus, il giudice non lo dice. Ma soprattutto non dice se insieme a giurisprudenza, nei ritagli di tempo, abbia studiato anche medicina.



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