• Il governo ribalta la partita. Macron non riesce a isolare l’Italia

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    Due a uno, palla al centro. Se la sfida tra Italia e Francia sulla gestione dell’immigrazione fosse una partita di calcio, la giornata di ieri avrebbe rappresentato il più classico dei goal che ribalta il match. Era stato il presidente francese Emmanuel Macron a “segnare” una rete di rabbia pareggiando i conti dopo la scelta della Ocean Viking di virare verso i porti transalpini: l’attacco al governo italiano e la richieste agli altri Paesi europei di isolare Roma erano apparsi come un gesto di sfida sproporzionato ma potenzialmente letale, con un vasto fronte interno del Belpaese che già esultava di fronte all’incornata di testa del Papa straniero. Poi, con alcune mosse non desiderate e altre cercate, l’esecutivo di centrodestra è riuscito a tornare in vantaggio con un misto di tattica e tecnica. Prima ricevendo il “no” di Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi alla richiesta di Parigi di isolare Roma rompendo i patti sul ricollocamento dei rifugiati. Infine, con la nota congiunta dei rappresentati dei governi di Italia, Malta, Copro e Grecia – i veri Paesi di frontiera nella lotta all’immigrazione clandestina e alla tratta di esseri umani – che hanno chiesto all’Europa di intervenire con un meccanismo di solidarietà reale e che accusa le ong di muoversi al di là del perimetro istituzionale.

    Per ora, almeno fino a prova contraria, il tentativo di Macron di isolare il governo guidato da Giorgia Meloni al primo incidente diplomatico è fallito. Un fallimento che anzi, se per Meloni rappresenta una momentanea vittoria diplomatica, per il capo dell’Eliseo rischia di tramutarsi in un clamoroso boomerang. Sotto il profilo interno, ha ceduto tardivamente alla richiesta della destra più radicale lasciando comunque vedere i far sbarcare a Tolone la nave della discordia. Sotto il profilo internazionale, ha mostrato che la sua voglia di essere leader dell’Unione europea rischia di tramutarsi in un sogno velleitario di fronte a un’Europa che sembra molto meno disposta ad assecondarne i flussi di coscienza.

    L’unica ad avere seguito per ora il copione “macronista” – oltre a una parte dell’opposizione italiana nota per avere a cuore più gli interessi altrui che quelli nostrani – è stata la Spagna. Scelta che però non deve sorprendere. In parte perché questa è una sfida chiaramente politica, posta da chi non vuole che un esecutivo conservatore detti l’agenda e faccia “proselitismo” anche altrove. Questo vale sia per Macron che per il premier spagnolo Pedro Sanchez. In parte, la questione immigrazione è radicalmente diversa tra Madrid e il resto delle cancellerie mediterranee, dal momento che in terra iberica i migranti arrivano soprattutto attraverso i territori di Ceuta e Melilla – con il Marocco che controlla le rotte in base agli accordi con la Spagna – e non certo con un continuo via vai di barconi, barchini e navi ong.

    La vittoria diplomatica è stata sottolineato anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato al Corriere della Sera. “Non siamo affatto isolati – ha detto il capo della Farnesina – Germania e Lussemburgo rispetteranno i patti, come noi. E sono solidali anche Grecia, Malta e Cipro“. Parlare di vittoria definitiva è ancora difficile. Perché i ricollocamenti devono essere davvero attuati e serve un accordo che non sia solo di facciata: poche decine di persone rispetto a migliaia che attendono di andare nel Paese prescelto è un’immagine che dimostra la debolezza di certi accordi e l’ambiguità di alcune prese di posizione. Ma il governo italiano può intanto dire di avere ribaltato la situazione: non è isolata come volevano il presidente francese i suoi sostenitori al di qua delle Alpi. Palla centro, insomma. In attesa del fischio che decreti la fine della partita (e l’inizio di un vero accordo europeo che sarebbe l’unico vero goal della vittoria).


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