Il grande bluff del campo largo

Giu 14, 2022

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    Dal voto di domenica sono venute due indicazioni. Una acquisita da tempo ma che viene dimenticata dagli interessati ad ogni elezione: il centrodestra vince solo se è unito. Capita nei comuni, nelle regioni e finché ci sarà l’attuale legge elettorale anche nelle politiche. Un’altra strada equivale, come dimostrano gli errori del passato, ad un suicidio collettivo. Poi ci sono le legittime ambizioni personali, la competizione tra i partiti e i conseguenti egoismi, ma tutto deve essere connaturato alla compattezza della coalizione perché nessun leader dotato di senno vorrebbe guidare un’alleanza zoppa, votata alla sconfitta. È un dato che dovrebbe convincere gli interessati che «la faida del voto in più» può rivelarsi esiziale per tutti. Non per nulla è il drappo rosso, la «muleta» del matador, che gli avversari agitano davanti agli occhi di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni per aizzarli l’uno contro l’altro. Il centrodestra non ha un problema di linea o di alleanze, ma di comportamenti.

    Per Enrico Letta e per il Pd, invece, l’assillo è più complicato e riguarda la strategia. Il leader del Pd è partito con lo schema del campo largo ma è stato obbligato dalla idiosincrasia tra grillini e centristi a puntare tutto sul rapporto privilegiato con Giuseppe Conte. Purtroppo, però – ed è questo il punto – i 5stelle non ci sono più. Si sono squagliati. Tant’è che a Genova, città natale del Movimento, ha vinto il centrodestra. Come pure a Palermo cioè il capoluogo della regione dove alle ultime elezioni politiche i grillini avevano fatto cappotto. Le ragioni sono in un logoramento del Movimento che ha passato l’intera legislatura al governo – prima in una formula, poi nel suo opposto e, infine, in una larga coalizione – dimostrando tutti i suoi limiti. Ma c’è anche una questione più strutturale che riguarda il Dna dei grillini e rende per Conte e soci l’alleanza con il Pd un rischio: i 5stelle sono nati come partito trasversale, inquadrarli in un’alleanza organica con Letta per loro – mi sbaglierò – è una scelta contro natura. Puoi portarci un pezzo di gruppo dirigente che punta a strappare solo una poltrona, ma non certo l’elettorato grillino forgiato nella polemica contro tutti i partiti, nessuno escluso. Inoltre quel rapporto rende molto difficile se non impossibile al Pd l’alleanza con Renzi, Calenda o la Bonino. Certo qualcuno diceva che la politica è l’arte del possibile e io aggiungo, almeno per l’Italia, anche dell’impossibile, ma ci vorrebbe davvero tanta ipocrisia per spingere i leader di un ipotetico «centro» a entrare in una coalizione con dentro Pd e grillini. Le fortune elettorali, per fare un nome, di Calenda sono nate solo su una scelta rigorosa, il giuramento di non avere né oggi, né mai rapporti con Beppe Grillo. Se venisse meno il leader di Azione non perderebbe solo la faccia, ma pure i voti.

    Ecco la situazione ai nastri di partenza a meno di un anno dalle elezioni politiche. Poi, però, può succedere di tutto tra il futuro di Draghi, le congetture che si fanno su una nuova legge elettorale, i rischi di scissione nei partiti, a cominciare dalla Lega. Per cui non è proprio detto che arriveremo a quell’appuntamento con questa geografia politica.


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