• Il Misa mai ripulito e i fondi non spesi: “Tragedia evitabile”. Il blitz in Regione

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    Con la conta dei morti ancora in corso e mezza regione coperta dal fango, l’alluvione che ha ferito le Marche solleva interrogativi. Come può il maltempo, per quanto intenso e violento, provocare tanti danni? Qualcosa non ha funzionato. E da subito, infatti, la procura di Ancona ha aperto un fascicolo di inchiesta per omicidio colposo e inondazione colposa a carico di ignoti. È presto per capire se ci sono e dove siano le responsabilità, ma i magistrati – l’aggiunto Valentina D’Agostino e la pm Valeria Cigliola – sono al lavoro per provare a far luce su quanto accaduto, affidando le indagini ai carabinieri. Che ieri sono andati negli uffici della Protezione civile e della Regione Marche per acquisire documenti considerati «utili alle indagini», ossia per comprendere come si è mossa, o perché non si è mossa, la macchina della prevenzione.

    Prevenzione sotto due punti di vista: sia quello della messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico – visto che già nel 2014 il Misa era esondato facendo tre morti e danni per milioni nel Senigalliese, mentre nel 2011 altre due vittime erano state mietute dall’Ete in provincia di Fermo – sia quanto al mancato allarme della Protezione civile, con la sola allerta gialla diramata e solo per il maltempo, mentre le criticità idraulica e idrogeologica erano considerate «assenti».

    Il primo fronte fa già discutere. Dopo l’alluvione del 2014 era arrivata un’altra pioggia, ma di milioni, dal Governo. Destinata a mettere il Misa in sicurezza: tra tagli di nastri e dichiarazioni rassicuranti, i politici locali si dicevano certi che le emergenze sarebbero diventate un ricordo. «Ora abbiamo una programmazione più agevole spiegava per esempio l’ex governatore Luca Ceriscioli nel 2018 visitando un cantiere per il rinforzo degli argini del Misa e non progetti che finivano a tempo indeterminato nei cassetti».

    Ma come i fatti hanno mostrato, la messa in sicurezza non è andata a buon fine. Ieri il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha definito «uno scandalo totale» il ritardo dei lavori. «Quando c’era stata l’alluvione stanziammo 45 milioni», ha spiegato l’ex premier, rimarcando i ritardi nell’avvio dei cantieri: «I soldi il governo Renzi li ha messi nel 2014, se avessimo fatto le opere immediatamente, oggi non piangeremo la situazione com’è», ha continuato, concludendo: «Noi siamo gli unici ad aver messo i soldi che loro non hanno speso, è uno scandalo totale. La trovo una cosa scandalosa».

    Resta da capire anche se sul fronte della manutenzione «ordinaria« tutto è stato fatto bene, e qualche dubbio è legittimo se meno di un mese fa, il 20 agosto, a Casette d’Ete è bastato un temporale ad allagare le strade, ed è servito l’intervento dei cittadini che hanno aperto e disostruito «in proprio» i tombini che nessuno aveva pensato di pulire per tempo.

    L’altro punto delicato che i magistrati dovranno chiarire è quello del «mancato» allarme. Se è vero che non è semplice prevedere dove e quando un temporale colpirà con precisione, e se è vero che la quantità d’acqua scaricata dal cielo sulle province di Ancora e Pesaro-Urbino è stata decisamente fuori dall’ordinario (oltre 42 centimetri in poco più di 6 ore), e che parte della violenza è dovuta al tipo di perturbazione (il «temporale autorigenerante v-shaped»), colpisce comunque, visto l’esito drammatico, l’ottimismo del bollettino della Protezione civile del giorno prima. Su quel «giallo», ossia allerta ordinaria, lo stesso numero uno Fabrizio Curcio d’altra parte è stato chiaro, spiegando che la questione «sarà da approfondire». Un altro lavoro per carabinieri e toghe marchigiane. Che intanto, ieri, oltre a ricevere l’esposto del Codacons che chiede di accertare, appunto, le eventuali responsabilità di istituzioni ed enti locali, hanno ordinato Tac ed esame esterno sui corpi delle vittime già recuperate, per accertare se la causa della morte è l’annegamento.


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