Il Mose funziona e salva Venezia

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I tempi in cui Venezia lottava a mani nude contro le maree e viveva con l’incubo di risvegliarsi con l’acqua alla gola sono ormai archiviati. E oggi accanto al Leone di San Marco c’è un nuovo simbolo, o meglio un’opera simbolo che sta facendo parlare dell’Italia in tutto il mondo. Lo stress test che il Mose ha affrontato soltanto tre giorni fa rappresenta quanto di più stressante sia possibile immaginare. I meteorologi raccontano che senza il sistema di paratie del MOdulo Sperimentale Elettromeccanico la Serenissima avrebbe vissuto la giornata peggiore della sua storia a causa di un’alta marea senza precedenti. Basti pensare che nel 2019 un evento del tutto simile causò danni superiori ai 150 milioni di euro.

Lo schiaffo ai detrattori è di quelli sonanti. La storia del Mose è una vicenda che rappresenta una dimostrazione pratica e una grande vetrina delle potenzialità tecnologiche del nostro Paese. Era il 14 maggio del 2003 quando Silvio Berlusconi, il suo principale sponsor, salutò «un’opera fondamentale per Venezia» e pose la prima pietra, contenente una pergamena a ricordo della cerimonia, posata poi sul fondo al largo del canale di Malamocco.

Quell’opera il Cavaliere la difese strenuamente e più volte nel tempo. «I lavori sono iniziati e non saranno fermati, l’opera è decisa», diceva il Presidente del Consiglio al termine della riunione del Comitatone per Venezia nel 2005. Il governo Prodi decise poi di confermare l’infrastruttura nel 2006 ma dovette fare i conti con la contrarietà del sindaco Massimo Cacciari e del ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio.

A quell’avversione Cacciari non rinunciò mai nel corso del tempo. E ancora nel 2021 azzardava: «Il Mose è un progetto sbagliato. Si sapeva, noi del Comune lo avevamo messo per iscritto, non ci hanno ascoltato. Tra qualche anno sul Mose forse ci andremo a pescare i peoci». Un paio di anni prima era stata Alessandra Moretti ad avventurarsi su questo terreno, pubblicando un post sui social con tanto di foto (sbagliata): «In foto ci sono Galan e Zaia che esultano per il lancio del Mose», scriveva, «il progetto nasce col governo Berlusconi. La diga è una cattedrale di ruggine sotto la laguna». Peccato che nel 2003 Luca Zaia fosse presidente della Provincia di Treviso e non fosse presente all’inaugurazione dell’opera. Ferocemente contrari all’opera anche i Cinquestelle che nel 2015 in un’interrogazione sollecitavano una revisione complessiva del progetto del Mose «come suggerito dal deputato Federico D’Incà». L’opera, insomma, ha dovuto resistere ai venti contrari, ai ritardi, agli episodi di corruzione, alle Cassandre e ai ritornelli che in Italia da sempre accompagnano ogni nuova, grande opera pubblica. E con esito paradossale ha visto scomparire nel tempo la Nuova Venezia di Romeo Chiarotto, la Grandi Lavori Fincosit e Condotte di Duccio Astaldi e Isabella Bruno che – come ricordava Giuseppe Marino su queste colonne – ebbero il merito di realizzare la diga mobile, ovvero la parte più complessa dell’opera. Una meraviglia ingegneristica che oggi il mondo ci invidia e che ha regalato ai veneziani il privilegio della normalità.


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