Il nuovo governo imbrigliato dal rialzo dei tassi. Margini di manovra ridotti dal costo del debito

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Se l’attuale congiuntura economica «dovesse continuare», allora «si dovrebbe procedere con un aumento dei tassi di interesse», come del resto «è già stato concordato nel Consiglio direttivo» della Banca centrale europea. È quanto ha affermato ieri, secondo quanto riportato da Bloomberg, il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. La Bce, ha detto, «deve essere determinata, anche a ottobre e oltre» se il tasso di inflazione (che in Eurolandia è al 9,1%, in Italia all’8,4%) non dovesse ridursi nel breve termine. Una dichiarazione precedentemente condivisa dal capo economista dell’Eurotower, Philip Lane, che aveva sottolineato come «non si può escludere la possibilità di una recessione lieve o tecnica» a fronte di un innalzamento del saggio di sconto per fermare la corsa dei prezzi. Tanto più che negli Usa la Fed è attesa mercoledì al terzo maxirialzo dei tassi da 75 punti base.

Per l’Italia e per il governo che verrà sono pessime notizie. Ogni punto percentuale in più di tassi di riferimento costa almeno 4 miliardi di spesa per interessi in più sui nostri Btp. Ulteriori rialzi rispetto all’1,25% attuale (che ci costa 5 miliardi) significa far veleggiare i maggiori oneri verso quota 7-8 miliardi. Ovviamente, bisognerà attendere la Nadef, che sarà pubblicata entro il 27 settembre, ma già nel Def di aprile si indicava un incremento di questa voce da 52 miliardi a 61 per l’anno prossimo. Ma è chiaro che se l’inflazione resterà elevata e i tassi la rincorreranno, si tornerà verso i 70-80 miliardi annui dei tempi bui.

La cattiva novella non è solo l’aumento dell’onerosità del debito, ma anche la conseguente minor crescita (sperando che il Pil non diminuisca) derivante dal maggior costo del denaro che mortifica consumi e investimenti. Ne consegue pertanto che nel 2023 sarà difficile conseguire il +2,4% previsto dal Def (dopo il +3,1% atteso per quest’anno) e molto probabilmente ci si fermerà attorno all’1% se non poco sopra lo zero. L’effetto sarà un debito/Pil ancora sopra il 150% e un deficit/Pil attorno al 5% (dopo il 5,6% previsto nel 2022) con contestuale perdita di un ammontare compreso tra 10 e 15 miliardi per l’attuale legge di Bilancio.

Insomma, il nuovo governo – che probabilmente dovrebbe essere di centrodestra – nascerà con una politica economica già «commissariata» da fattori esterni perché questo scenario macroeconomico implica che potrebbero venir meno dai 15 ai 20 miliardi di euro per impostare le politiche di bilancio. Ma, soprattutto, che pensare a uno scostamento da 30 miliardi per finanziare le misure contro il caro-energia appare poco probabile. Perché il piano di acquisti antipandemia della Bce è nei fatti terminato anche se Francoforte reinveste in titoli dell’area quelli già detenuto che vanno a scadenza. Ci sarebbe il «fantomatico» Tpi, il nuovo scudo antispread, ma è subordinato alla «sostenibilità» del debito. Dunque, presentarsi con un fardello di 2.730 miliardi e con nuovo extradeficit a chiedere un sostegno negli acquisti di Btp a Francoforte sarebbe poco conveniente. Questo non significa che, ove vincesse le elezioni, il centrodestra non potrebbe governare né realizzare le promesse di taglio del cuneo fiscale o addirittura della flat tax. Ma che queste potrebbero essere realizzate a fronte di una contestuale riduzione della spesa pubblica, caratterizzata ancora da una miriade di sussidi alcuni dei quali ingiustificati.


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