“Il nuovo settarismo degli intellettuali fa comodo a un Pd spostato a sinistra”

Set 1, 2021

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    I tamburi di guerra dell’antifascismo militante. La Giornata del Ricordo e delle vittime delle foibe declassata a bieca operazione del centrodestra per relativizzare le colpe del Ventennio. Tomaso Montanari, e non solo lui, ripropone vecchi slogan cari alla sinistra. «Si – spiega Alberto Mingardi, cofondatore dell’Istituto Bruno Leoni, saggista e docente universitario – ritorna un vecchio adagio caro alla sinistra: i morti dei fascisti e quelli dei comunisti non sono uguali e le colpe degli uni sono meno gravi, molto meno gravi, di quelle degli altri».

    È la delegittimazione dell’avversario?

    «Si, è la scomunica del nemico che diventa o torna ad essere, come nel passato, il male assoluto».

    Ma perché succede questo?

    «Si possono dare diverse spiegazioni complementari. Anzitutto, faccio notare che il Pd, questo Pd, si è spostato a sinistra e prova a darsi un’identità intorno ad alcune battaglie culturali».

    Pensa al dl Zan?

    «Certo, ma non solo. Mi riferisco a come si fa politica sull’immigrazione o ad alcune sortite sulle tasse che dovrebbero colpire i presunti benestanti».

    Anche i ricchi piangano, come si diceva un tempo?

    «C’è un deposito di vecchi valori ormai scaduti, ma evidentemente ancora spendibili, di suggestioni, di stereotipi che possono andare bene per marcare questa presenza agguerrita e aggressiva».

    Non tutta la dirigenza del partito Democratico è su queste posizioni.

    «Si, ma non c’è dubbio che oggi un Tomaso Montanari sia più in linea o più alla moda di un Luciano Violante che tenne quel bellissimo discorso di riconciliazione sui ragazzi di Salo’ o di un Michele Salvati. Il settarismo per la verità fra gli intellettuali è sempre andato di moda ma mai come oggi. D’altra parte tutti i partiti sono al traino del premier Draghi, hanno perduto centralità, provano quindi a recuperare terreno e visibilità cavalcando battaglie iperidentitarie, alla Ocasio-Cortez».

    C’è dunque un calcolo elettorale?

    «La ricerca di identità appaga gli estremisti ma alle urne credo sarà un boomerang. Ci sarebbe bisogno di rassicurare i cosiddetti moderati, non di spaventarli; invece si punta a galvanizzare i militanti. Questa, ahimè, è una tendenza della sinistra tricolore ma anche un processo globale».

    Fuori d’Italia?

    «Nei campus americani si assiste alla stessa logica muscolare, a sinistra come a destra. Gli intellettuali hanno sempre meno la propensione al dialogo e sempre più all’urlo. E l’opinione pubblica si adegua».

    Vanno per la maggiore i toni forti?

    «Come dicevo, c’è un processo in atto di radicalizzazione un po’ ovunque. Ci stiamo assuefacendo a queste guerre culturali».

    Rientriamo in Italia.

    «Una parte della sinistra è orfana di riferimenti. Io so benissimo che molte personalità hanno compiuto una seria revisione del proprio credo, ma si tratta di percorsi singolari, è mancata una una riflessione collettiva con documenti scritti di quel travaglio. Alcune trasformazioni sono state solo no-minali: un nuovo nome, un nuovo simbolo e nessuna non dico abiura ma presa di distanza dal comunismo e dalla sua storia».

    In questa incertezza è più comodo aprire l’armadio del passato?

    «Certo. Guardi nello scaffale e trovi che nelle foibe furono trucidati soprattutto fascisti, come se questo poi fosse, oltre che falso, meno grave. Siamo sempre al doppio binario; la violenza diventa giustificabile in nome di certi ideali, poi ce n’è un’altra che segna con lo stigma chi abbia anche vaghe parentele in quella storia: la Meloni, Salvini ecc.

    La Giornata del Ricordo è del 2004, quando a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi.

    «E però anche qui si afferma una verità storica molto parziale: quella ricorrenza s’inserisce anche nel percorso segnato dal Presidente Ciampi, non certo un uomo di destra, per ricomporre un’identità nazionale. Non fu certo pensata per annacquare gli orrori del Ventennio».

    Sul «Giornale» Giorgia Meloni suggerisce di fermare in qualche modo Montanari.

    «No, Montanari dev’essere libero di dire tutte le sciocchezze che vuole. Si cresce nel confronto e nel litigio con i docenti, non eliminando le voci dissonanti. Però questo discorso deve valere sempre. Pochi mesi fa, un professore dell’Università di Milano, Marco Bassani, ha subito una sanzione assurda per aver messo sulla propria pagina Facebook una vignetta elettorale americana, ritenuta offensiva verso Kamala Harris. Ora gli stessi che difendono la libertà d’espressione di Montanari ritenevano appropriato il trattamento subito da Bassani. Ecco, l’idea di una libertà accademica a corrente alternata non fa bene alla discussione pubblica».


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