• Il parroco: ‘Ci vorrà tempo per curare la ferita’

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    Fango, polvere e anime ferite. A Pianello di Ostra, la frazione più colpita dall’alluvione che si è abbattuto sulle Marche, il giorno dopo la catastrofe c’è sconforto e disperazione. La gente è tornata a spalare fango fin dalle prime luci dell’alba, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo al cielo minaccioso e carico di altra pioggia. Col solo crocifisso al collo e con l’abito talare appeso in canonica, anche don Luca Principi è con la pala in mano. “Questo è il momento di rimboccarci tutti quanti le maniche, anche se la comunità è molto provata – spiega all’ANSA – Ci vorrà tempo e pazienza per curare questa ferita e non solo per i 4 defunti che abbiamo avuto qui a Pianello, ma anche perché questa è la seconda alluvione che affrontiamo in 8 anni e la gente è esasperata”. Al prete della parrocchia di San Gregorio Magno è toccato portare per primo il conforto ai parenti delle vittime: “Sono stato con loro fin dalla sera dell’alluvione, la disperazione era tanta – racconta – Quelli che eravamo lì ci siamo stretti tutti attorno a queste famiglie così sconvolte”.
        “Questa è una piccola comunità dove ci si conosce tutti e c’è anche un grande senso di appartenenza, ci si vuole bene e si soffre tutti insieme”, ricorda il sacerdote.
        Chi vorrebbe andarsene è Claudio Pianelli, 51 anni, fisico muscoloso e tatuaggi in vista: “La casa dove abitavo in affitto è devastata e inagibile, ma qui a Pianello non penso di tornarci a vivere, l’esperienza che ho vissuto mi è bastata”. La notte, Claudio, l’ha trascorsa al piano superiore del piccolo alloggio devastato, senza poter contare su acqua e luce: “Ieri, con tutto quello che è successo – racconta – non mi sono potuto organizzare per andare a dormire altrove e quindi sono rimasto qui con il mio cane Gualtiero e il gatto Pippo. Abbiamo dormito tutti e tre sul letto, ma dalla prossima notte me ne vado”. Dove in futuro abiterà ancora non lo sa: “ma spero – dice – che qualcuno abbia un cuore e mi dia un alloggio, io un lavoro ce l’ho”.
        Il giorno dopo la catastrofe, tra le vie ancora ricoperte di fango, si discute sugli aiuti e sulle cause che hanno portato il fiume Misa a tracimare, procurando morte e distruzione. La risposta più diffusa riconduce “a uno sviluppo urbanistico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso che ha avuto la sua espansione proprio lungo l’argine del fiume, non tenendo conto della pericolosità”, sottolinea un commerciante intento a ripulire l’area di fronte all’ingresso del negozio”. Ma c’è anche chi se la prende “con la scarsa manutenzione al letto del fiume”. “Ma ora tutti questi danni chi li pagherà?”, si chiede un ragazzo con il trapano a batterie in mano: “Speriamo – aggiunge – che lo Stato non ci abbandoni”. Dall’altra parte del fiume, rispetto al palazzo dove sono morte 3 delle 4 persone di Pianello, la situazione è altrettanto drammatica. Su quello che è rimasto di una ringhiera ci sono appesi dei fiocchi azzurri: “È nato il mio nipotino, ma per fortuna si trova in Australia e non ha vissuto questa tragedia”, racconta la nonna con un sorriso. L’unico visto sui tanti volti sconvolti di chi sa di aver perso tutto in pochi istanti.
       


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