• Il “patto luce-gas” tra Francia e Germania è l’ennesimo schiaffo all’Italia e all’Europa

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    Fa male riconoscerlo, soprattutto se continui a credere che l’Europa non sia solo un’espressione geografica ma un sogno da realizzare. L’Unione purtroppo continua a non esserci nei momenti cruciali, quando c’è da dare risposte concrete a questioni troppo grandi per un singolo Stato. È lì che speri in una svolta, in un segno che ti porti al di là dell’interesse nazionale. Ogni volta però resti deluso. Qualcosa di buono si è visto con la pandemia, e non era scontato, grazie agli accordi sul piano Next Generation.

    Il guaio è che quel clima di solidarietà è svanito in fretta, perché poi ci si rende conto che ci sono troppi Paesi, scarsa fiducia l’uno nei confronti dell’altro e criteri di scelta fragili, dove un solo veto basta a far saltare tutto. Così adesso ci si ritrova davanti a una crisi energetica che riaccende i vecchi istinti, ognuno in pratica se la cava come può e senza una strategia comune. La soluzione più lineare sarebbe stata quella di fissare un tetto massimo per l’acquisto del gas, un modo per non farsi concorrenza e frenare le speculazioni finanziarie. Un’intesa utile per tenere sotto controllo l’inflazione che sta divorando il potere di acquisto di tutti i cittadini europei. Niente da fare. Lo scetticismo di Olanda, Ungheria e Germania rendono al momento questa strada difficile. Il governo italiano è il grande sconfitto di questa storia e paga anche la debolezza di ritrovarsi in dismissione. È il vaso di argilla. Chi pesa e conta ricorre a accordi bilaterali e si copre le spalle. Il patto di solidarietà energetica tra Francia e Germania manda in frantumi lo spirito europeo. È un passo indietro che svuota la Ue e ci riporta a scenari geopolitici classici, con un continente frammentato dove la regola aurea è quella del più forte. Macron e Scholz non hanno avuto scrupoli nel tagliare fuori chi non ha nulla da dare. Parigi fornisce il gas a Berlino e in cambio ottiene energia elettrica. Tutto molto diretto, pratico, efficace, perché di fronte all’emergenza la scelta più immediata è «si salvi chi può». Non c’è nulla da spiegare. Qui c’è bisogno di elettricità, lì di gas e ognuno risolve un pezzo di problema. Solo che i patti bilaterali segnano la rinuncia a immaginare una politica energetica europea. È un segnale di resa che si basa sull’egoismo. La beffa è che l’Italia in questo gioco a due riceve dalla Francia un calcio forse prevedibile ma non per questo meno doloroso. Macron fa sapere che per due anni non venderà energia elettrica agli italiani. Quella che hanno, con tanto di baratto con i tedeschi, basta solo per loro. Hanno spento le luci della torre Eiffel, del Louvre e di Versalilles. Non sono cattivi. Non lo fanno per menefreghismo, dicono, ma per una circostanza sfortunata. Quando hanno programmato i lavori di manutenzione delle centrali nucleari non immaginavano di ritrovarsi in piena crisi energetica. Il risultato è che ora 32 dei 56 reattori sono fermi. Poi c’è la questione dei profitti. Il prezzo unico nazionale per la pronta consegna è molto più alto in Francia che in Italia: 592 euro al MWh contro 485. Ai francesi non conviene vendere all’estero. È così che l’Italia perde il 4-5 per cento delle sue forniture di elettricità. La speranza è che la Svizzera non faccia la stessa cosa.

    Al di là delle questione pratiche resta il futuro della Ue. È chiaro che se davanti a ogni problema la soluzione è «nazionalistica» si finisce per giustificare lo scetticismo di chi vede nell’Europa solo una finzione. Il paradosso è che Bruxelles si fa sentire nelle cose marginali e fastidiose, con l’ossessione di voler regolamentare tutto, ma quando c’è da sviluppare una politica europea si disperde.

    La sconfitta di chi crede nell’Europa è non trovarla quando ce ne sarebbe più bisogno.


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