Il Pd è isolato. Evoca il trionfo del centrodestra e prova a riformare un’accozzaglia

Giu 15, 2022

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    Enrico Letta si aggrappa al proporzionale per riportare il Pd al governo anche nella prossima legislatura. Il «suo» campo largo rischia di non esserci più. Il segretario dei democratici ha due strade: l’opposizione a vita, come ai tempi del Pci, o il proporzionale. Letta rivendica una vittoria di Pirro e festeggia per aver portato il Pd a essere il primo partito. Magra consolazione, perché il centrodestra vince al primo turno in 37 Comuni. Letta sa bene che il flop elettorale dei grillini è un ostacolo che allontana la vittoria delle prossime Politiche. Il leader dem è convinto che il proporzionale gli consentirebbe di essere di nuovo in gioco per il governo all’indomani del voto. Qualcosa si muove in commissione Affari costituzionali della Camera, dove il dossier potrebbe essere riaperto subito dopo i ballottaggi e Letta potrebbe imporre l’accelerazione.

    Ma il segretario del Pd tiene aperta anche la possibilità a una qualche ridefinizione del campo largo tipo accozzaglia. Ospite di Giovanni Floris su La7, spiega che la sua responsabilità «non è solo quella di avere un punto percentuale in più per il Pd, ma di costruire un’alleanza che regga, che tenga sia convincente e che non sia fatta da gente litigiosa». E dice «credo che con pazienza questo lavoro si farà» rispondendo alla domanda: ma come mettere insieme Calenda, Conte, Renzi e il Pd? Quindi porte aperte al leader di Azione: «è stato eletto con noi, per me è un interlocutore privilegiato». E, come se non bastasse, ecco l’anatema: «il centro non esiste». Perché «o noi o la destra» E «sarà così anche alle politiche».

    Insomma, il solito richiamo della foresta dopo il quale, se venisse ignorato, ci si aspetta il solito appello al voto utile.

    Ma si muove anche l’opposizione interna al Nazareno. Il senatore Andrea Marcucci spiega al Giornale: «Io non pongo veti a nessuno, credo che si debba lavorare ad un progetto per l’Italia. In questo cantiere come elementi unificanti, vedo innovazione, riforme ed europeismo. Il M5s vuole starci? Io vedo molte compatibilità con il ministro Di Maio, ad esempio. Renzi e Calenda sono interlocutori naturali, con loro il dialogo deve partire subito. Aggiungo che per me sono interlocutori anche i liberali di Forza Italia. Poi se riuscissimo a cambiare legge elettorale, il lavoro che dobbiamo intraprendere ci servirà dopo le elezioni». Salvatore Margiotta, altro senatore dem, avanza dubbi: «Non credo si riuscirà a cambiare la legge elettorale. Se, come credo, il campo largo cui si pensa andasse da Calenda e Renzi, fino a M5s, sarebbe un miracolo tenerlo insieme, ma probabilmente si vincerebbero le elezioni. Governare, poi, è altro discorso. Se, al contrario, il campo largo si riducesse a Pd, Leu e M5s, ammesso che i Cinque stelle ci stiano, sarebbe un grave errore, e, come mostrano i dati di ieri, le possibilità di sconfitta aumenterebbero di molto». Però entrambi sembrano convergere su un punto: l’alleanza Pd-Cinque stelle non garantisce la vittoria.

    Legge elettorale proporzionale o sconfitta: Letta deve decidere. Ma, come detto, c’è una terza opzione. Tutta da percorrere: il campo larghissimo dal M5s a Carlo Calenda. È il modello Lodi, che ha portato alla vittoria, al primo turno, Andrea Furegato, con una coalizione da Azione a M5s (che ha preso l’1,5%). Calenda frena: «Nel 2023 ci saranno tre poli. Pd-5Stelle, quello che costruiranno Azione, +Europa e le liste civiche e poi la destra sovranista che in Europa è completamente esclusa da qualunque rapporto con la Commissione perché sono all’opposizione». Matteo Renzi: si deve prendere atto «che il terzo polo esiste e che nelle prossime ore dovremo costruire una esperienza tutti insieme».


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