Il Pd in tumulto processa Letta per l’alleanza flop con Conte

Giu 23, 2022

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    A sinistra c’è l’horror vacui di chi ha visto saltare in pochi giorni la sua fragile strategia di alleanze. A destra la moderata soddisfazione di chi si frega le mani assistendo ai guai degli avversari (purché il governo non ne risenta). Al centro una certa frizzante eccitazione per i nuovi spazi che si aprono.

    Davanti alle macerie fumanti dei fu-Cinque Stelle il resto della politica italiana è divisa da sentimenti contrastanti, e fa i conti con prospettive nuove. Enrico Letta si ritrova nell’occhio del ciclone, e prova subito a raddrizzare la rotta. Il «campo largo», ammesso ci sia mai stato, non c’è più: «Così rischia la balcanizzazione», dice ai suoi. Sul telefonino del segretario piovono messaggi allarmati: ci sono i ballottaggi domenica, ci sono i nuovi gruppi di Di Maio, ci sono persino le primarie Pd-M5s in Sicilia previste a luglio: che si fa? «Noi dovevamo candidare la Chinnici, loro Cancelleri. Ma ora con chi sta Cancelleri? Chi sta con Di Maio? Boh. Stiamo facendo le primarie con amici organizzati», dice un parlamentare siciliano.

    Mezzo Pd è in tumulto: quelli che – soprattutto da Base riformista – da mesi chiedevano al segretario di archiviare il dialogo privilegiato con un Giuseppe Conte giudicato sempre più inaffidabile e privo di appeal elettorale ora sono pronti a ricordargli: «Te l’avevamo detto, noi». Per non parlare dell’irritazione che circola nei gruppi parlamentari: «Ma come è possibile che il Nazareno, che parla tutti i giorni con Conte, si sia fatto cogliere di sorpresa da un’operazione chiaramente preparata da tempo come la scissione di Luigi Di Maio?», si sfoga un senatore. Anche da un «padre nobile» assai prudente nelle parole come Luigi Zanda arriva un ammonimento a smetterla di dar spago alle ambiguità di Conte: «Oggi non basta dire genericamente, come fa lui, di essere a favore di Ue e Nato, è essenziale dire come si sta dentro queste alleanze. Con distinguo giornalieri su punti rilevanti o con piena condivisione delle strategie comuni?».

    Così a sera il segretario dem va in tv da Bruno Vespa e in pratica annuncia che l’interlocutore prioritario non è più Conte: «Il Pd pensa al Pd, che ha la responsabilità di mettere in campo un progetto per l’Italia dei prossimi anni». E su questo si dialogherà con tutti quelli che ci stanno. Non è un caso che proprio martedì, mentre M5s esplodeva, Letta abbia per la prima volta telefonato a Carlo Calenda per parlare dei ballottaggi e riaprire il dialogo. E il Pd annuncia che domani i due saranno insieme a Lucca a chiudere la campagna elettorale: non ci sono più figli e figliastri, tutti i potenziali interlocutori del centrosinistra (Di Maio incluso) sono messi sullo stesso piano. «Lo dicevo da un pezzo – dice sornione Andrea Marcucci – Letta deve parlare con tutti: Calenda, Renzi, Di Maio, la sinistra, e fare accordi solo sulla base di un programma europeista, atlantista e riformista».

    Matteo Renzi, che sul declino M5s ha azzeccato ogni previsione, annuncia che «il prossimo scontro sarà tra Conte e Di Battista», e consiglia a Letta: «Provi a costruire un’operazione completamente nuova, altrimenti nei collegi vince quasi ovunque il centrodestra». E lo avverte del prossimo pericolo a sinistra: «Potrebbe nascere un nuovo protagonismo politico attorno a qualche esponente sindacale che fa il Melenchon», tipo Landini. Intanto litiga con Calenda e nota: «Il centro ha più leader che progetti». Ora si è aggiunto anche Di Maio, mentre alla Camera passa la mozione super-atlantista e pro-Ucraina di Giorgia Meloni coi voti dei centristi e l’astensione della maggioranza. Un altro segnale allarmante per il Pd: Meloni prova ad attrarre i moderati che a sinistra non trovano pace né sponde, incuneandosi nella crisi post-grillina e puntando a un secco bipolarismo con il Pd. Nel centrodestra si guarda con scetticismo alla rinascita di un centro concorrenziale, con l’aggiunta dei gruppi di Di Maio: «Ci saranno nuove spinte per il sistema proporzionale, ma qui non troveranno sponde», si assicura. A meno che «non succeda un patatrac nella coalizione sulla scelta del candidato alle regionali in Sicilia».


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