Il Pd lancia l’altolà ai grillini in pallone sulla risoluzione e le armi all’Ucraina «No testi alternativi»

Giu 18, 2022

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    La risoluzione di maggioranza per il 21 giugno, quando Mario Draghi riferirà in Senato sul prossimo vertice europeo, è già praticamente scritta «all’80 per cento».

    L’unico punto accantonato e rinviato a lunedì è quello – il più spinoso – che riguarda gli aiuti all’Ucraina. Sono stati i Cinque Stelle a chiedere «una pausa di riflessione», perché non sanno come uscire dal cul de sac in cui li ha infilati Conte, alla disperata ricerca di un punto di caduta che gli consenta di non perdere totalmente la faccia, proprio mentre Di Maio gli intima di allinearsi al governo e alla Ue a trazione draghiana. «Ora tocca a loro riflettere e dirci come vogliono uscirne», dicono i dem che hanno partecipato ieri alla riunione di maggioranza.

    Il sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola, incaricato di trovare la quadra, ha dato tempo fino a lunedì, mettendo alcuni paletti chiari: un partito di maggioranza non si può permettere di presentare documenti alternativi alla linea del governo. Tanto più dopo la missione a Kyev, che ha sottolineato il ruolo di leadership di Draghi nella Ue.

    «Ma come possono pensare che sia possibile una sia pur vaga apertura al no armi all’Ucraina, come vorrebbe Conte per salvare la faccia? Sarebbe come dire che l’Italia fa il contrario di quel che ha detto il premier a Kyev e che ha votato il Parlamento italiano: una figura di m… internazionale», ragiona un esponente di governo dem che segue da vicino il dossier. «Un minuto dopo uscirebbe un comunicato di plauso di Medveiev all’Italia, e la nostra credibilità internazionale sarebbe distrutta: persino i 5S lo capiscono». Il problema, spiegano dal Pd, è che i grillini sono in via di implosione, impegnati in una feroce guerriglia interna che non ha «nulla a che fare con la guerra in Ucraina, ma solo con quella tra Conte e Di Maio», e questo rende più incerto ogni scenario.

    Se poi un gruppetto di senatori grillini voterà parti di una eventuale risoluzione anti-armi proposta dagli ex M5s, pazienza: «I numeri ci saranno comunque, e il problema sarà tutto di Conte, che evidentemente non governa i suoi», dice un dirigente Pd. Per il Nazareno la situazione è assai complicata: il M5s, in sostanza, non esiste già più. Sui contenuti (sostegno al governo Draghi, impegno pro-Ucraina), i dem sono in sintonia con Di Maio. Ma di fronte all’implosione pentastellata il Nazareno è paralizzato, e cerca disperatamente di evitare di schierarsi: «Le discussioni interne sono il sale della democrazia, non mi permetto di entrarci», dice Enrico Letta. Se però Conte imboccasse una deriva anti-governo, il Pd non potrebbe più giustificarlo: è questo il messaggio che si tenta di far arrivare all’ex premier. Che, si teme, potrebbe essere tentato da una nuova metamorfosi: accreditarsi come capo di una «cosa rossa», trascinandosi dietro i residui di Leu e dei Verdi e cercando di portare con sé un pezzo della sinistra dem. Per questo Conte ha cercato nelle ultime ore di agganciare personaggi come la lombarda Elly Schlein, che però sembra perplessa: perché lasciare il vascello dem per imbarcarsi su una scialuppa semi-affondata come quella contiana, che non è in grado di garantire posti in Parlamento neppure ai fedelissimi del Capo?


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