Il Pd succube di M5s teme già Bonaccini “Siamo due partiti…”

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La data c’è: «Propongo il 19 febbraio per le primarie» sul nuovo segretario del Pd, dice Enrico Letta all’Assemblea nazionale appositamente convocata ieri a Roma.

Ma anche no: è una data «flessibile», aggiunge. Perché nel frattempo ci sono le elezioni regionali di Lazio e Lombardia da fissare, e nessuno vuol celebrare il congresso sull’onda di una possibile doppia sconfitta. Più che possibile, a dire il vero, grazie alle candidature e alle strategie messe in opera dallo stesso Pd: il gauchista d’antan Majorino in Lombardia, mentre nel Lazio il ricatto dell’ala sinistra e zingarettiana ha costretto il candidato D’Amato a un ulteriore, umiliante giro di «consultazioni» per dimostrare che il massimo desiderio dem è di prostrarsi ai Cinque Stelle, prendendone gli sputacchi.

Ergo: la data non c’è: «Va presa con beneficio d’inventario», spiegano al Nazareno. In compenso, c’è almeno un candidato: Stefano Bonaccini ha fatto sapere, proprio ieri, che già oggi potrebbe ufficializzare la discesa in campo, dal natio paese di Campogalliano: «È il momento di impegnarsi», dice su Facebook. Non lo ha fatto sapere in assemblea, cui assisteva silenziosamente da remoto. Così come la sua probabile antagonista Elly Schlein, che è stata invitata a seguire (anche lei in spirito) i lavori del parlamentino dem ma come «esterna» e che alla fine ha annunciato: «Ora partecipiamolo». Che? Il congresso Pd, par di capire.

La storia di Elly è curiosa: ja debuttato da simil-sardina al grido di «Occupy Pd» all’epoca della «non vittoria» di Pier Luigi Bersani e dell’epopea dei 101, che nel 2013 bocciarono la candidatura Prodi alla presidenza della Repubblica. Dopo di allora ha sempre gravitato in area dem, venendo più volte candidata in posti blindati a importanti cariche (deputata europea, vice-presidente dell’Emilia Romagna a fianco proprio di Bonaccini, ora capolista ed eletta a Montecitorio in quota Letta) ma sempre definendosi «esterna» e «outsider» – manca solo l’appellativo «underdog». Ora, da perpetua «esterna», si candida alla segreteria, e quindi va inventata una procedura per trasformarla in «interna», ma tutto si può fare. Anche perché su Elly stanno convergendo tutti i capibastone interni – da Bettini a Franceschini alla sinistra a Zingaretti a Letta a Prodi a Speranza a «Repubblica» etc – che vedono come il fumo negli occhi il riformismo anti-grillino di Bonaccini. Mentre Schlein è adamantina nel rifiuto di quello che definisce «il mantra liberista della disintermediazione», checché voglia dire, e fa gli occhi dolci ai 5S. Possibile che ci siano altre candidature, più di posizionamento interno che altro: i cattolici spingono su Graziano Del Rio, la ex lettiana Paola De Micheli è già in campo, Andrea Orlando e Dario Nardella devono decidere che fare. Ma l’ipotesi ad oggi più probabile è uno spareggio finale alle primarie tra Bonaccini e la sua ex vice Schlein. E poi? Dal dibattito interno emerge sempre più chiara l’incompatibilità politica tra l’ala moderata e riformista filo-occidentale e liberaldemocratica e un’ala sinistra nostalgica dei bei tempi andati (la «scintilla» della rivoluzione d’Ottobre evocata da Bettini, la «critica al capitalismo» di Orlando etc) e tentata dal qualunquismo peronista di Conte e dal suo «pacifismo» filo-russo. «Vedo due partiti al nostro interno», riconosce il vicesegretario Provenzano. Fino a quando resteranno insieme, dopo il congresso?


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