Il populismo radical chic delle sardine

Set 23, 2021

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    Se dopo aver subito il populismo rabbioso dei Cinque Stelle, infarcito di vaffanculo, crociate anticasta e fantasiose idee antiscientifiche, pensavamo di aver toccato il fondo, era ovvio che sarebbe bastato attendere per vedere spuntare a sinistra nuovi “mostri”. E così, proprio mentre i grillini venivano ingollati e digeriti da quel Sistema stesso che per anni avevano demonizzato, ecco negli ultimi anni emergere sempre dal basso un altro tipo di populismo, radical chic a questo giro, ma altrettanto pericoloso. È quello propugnato da Mattia Santori e dalle “sue” sardine. Da alcune elezioni a questa parte, ce li ritroviamo tra i piedi quando dobbiamo votare e poi, come tutte le bolle mediatiche, torniamo a dimenticarcene abbandonandoli nel nulla da cui provengono.

    Se lo chiedi a loro, ai pesciolini, ti dicono che non sono un movimento. Nelle pagine Le Sardine non esistono, “fatica” letteraria pubblicata da Einaudi che porta la firma dei quattro fondatori (Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni), si autodefiniscono un “moto di riappropriazione di pensieri, idee e società”. “L’Italia – spiegano – è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni”. Ormai abbiamo imparato a conoscerli e non hanno certo le sembianze di rivoluzionari (pacifici, per carità) che lottano per cambiare il Paese. Sono quelli che si ritirano in conclave nei palazzi okkupati per lisciare il pelo alla frangia no global e poi in gita alla corte dei Benetton, a braccetto col re degli insulti Oliviero Toscani. Certo, di tanto in tanto, combattono qualche battaglia, come quella per la liberalizzazione delle droghe leggere. “I giovani non vogliono più andare nelle piazze di spaccio”, sentenziavano a inizio giugno in occasione del Cannabis Tour durante il quale vendevano tre piantine a 20 euro. Un buon affare per chi si vuole fare una piccola scorta in casa. Un’altra crociata storica è quella che li ha portati l’anno scorso a consumarsi le suole delle scarpe da Castiglione dei Pepoli a Rasora, “il più piccolo borgo d’Italia dotato di una biblioteca”. Il messaggio che avevano voluto dare al territorio e al Paese intero era l’esaltazione dei “presidi culturali” in chiave anti populista. Manco a dirlo alle comunali successive, proprio a Castiglione dei Pepoli, il centrodestra era passato col 51% delle preferenze.

    Sin dall’inizio le sardine sono nate per riportare gli elettori delusi tra le braccia del Partito democratico ed evitare così che “le destre” (quelle di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per intenderci) riuscissero a mettere le mani sulle roccaforti rosse. Ad oggi sono sempre riuscite a ribaltare in extremis amministrative che sembravano poter riscrivere la storia di Regioni storicamente rosse. È successo, per esempio, in Emilia Romagna nel 2019 e poi in Toscana l’anno successivo. Alla fine, dopo un iniziale testa a testa, in entrambi i casi riconosciuto dai sondaggisti come un vero e proprio cambio di tendenza, i pesciolini erano riusciti a fare da collante tra le diverse anime della sinistra portando a votare Pd non solo gli indecisi ma anche soffiando parecchi elettori al Movimento 5 Stelle. Riuscito il colpaccio, però, erano pressoché sparite nel nulla. Salvo, poi, fare un blitz – sacchi a pelo alla mano – davanti alla sede del partito dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti.

    Quest’anno, in vista delle amministrative di inizio di ottobre, sono tornate a farsi sentire. Soprattutto a Bologna dove a metterci la faccia, candidandosi a consigliere comunale, è il “sognatore” Santori. Sognatore sì, ma coi piedi ben piantati per terra. Sa bene, infatti, di aver la strada spianata: nel 2019 un’altra sardina, Elly Schlein, aveva fatto man bassa di preferenze alle regionali. Ottenne oltre 22mila preferenze e Bonaccini la premiò con la vice presidenza. “Poteva uscire dai talk e andare in Parlamento, ha scelto l’umiltà dei gesti, candidandosi a Bologna”, ha raccontato all’Huffington Post padre Benito Fusco del convento di Ronzano dove nelle ultime settimane Santori è andato a rinfrancare anima e corpo. Dai primi di settembre ha deciso che, almeno fino al voto, quella sarà infatti la sua nuova casa. “Lo chiamano monastero ma è una famiglia di frati atipica, in cui il Vangelo non si recita: si pratica”, ha spiegato lui stesso in una recente intervista. “Si fanno domande, ci si scontra con le differenze, con i problemi della convivenza, con la gestione comune degli spazi”.

    Nonostante l’eremitaggio Santori non ha mancato di entrare nel dibattito politico con uscite che fanno sicuramente presa sull’elettorato più progressista ma che, se analizzate, non fanno altro che dimostrare il profondo populismo, a tratti anche ingenuo, di cui sono intrise le sardine. Come potremmo spiegare altrimenti il suo sogno di far costruire “il primo stadio del frisbee a Bologna”? O che dire “il più grande nascondino di sempre” organizzato tra le strade del centro di Bologna, “senza macchine di cui avere paura, senza dover dare la mano ai genitori”? Il problema è che questa forma di populismo radical chic non solo rischia di impoverire la politica, trasformandola in un gioco e sminuendo i problemi concreti, di cui dovrebbero farsi carico i politici locali, ma finisce anche per partorire idee balzane (e deleterie) come la proposta di far pagare la tassa sul suolo pubblico alle seconde auto.


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