Il sistema sbagliato e la pigrizia orale

Giu 12, 2022

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    Se si vuole un’immagine chiara del «sistema» che immarcescibile resiste al cambiamento, basta leggere la Repubblica di ieri. Un ritorno al passato condito da una formula talmente reiterata da venire a noia. Cinque «no» ai referendum ma quello che dà il tono è la motivazione del primo, quello contro l’abolizione della riforma Severino: se non ci fosse stata – è l’argomento, si fa per dire, sofisticato, in punta di diritto – Silvio Berlusconi non sarebbe stato cacciato dal Parlamento. Cioè non ci sarebbe stata la porcata commessa da un giudice che ogni qualvolta apre bocca dimostra la sua parzialità. In Italia va avanti così da decenni: riforme abbozzate e inefficaci; magistrati che godono nell’opinione pubblica di un indice di gradimento sotto i piedi; e inchieste che esplodono a orologeria alla vigilia delle lezioni per condizionarle.

    Appunto è «il sistema» ormai talmente marcio che chi lo difende non può farlo a viso aperto, non può puntare sul «no», ma deve congiurare per evitare che si raggiunga il «quorum» facendo votare i quesiti un solo giorno e utilizzando la strategia del «silenzio». Nessuno deve andare alle urne – è il passaparola del Palazzo – perché altrimenti finisce male. Magari, invece, finirà male per l’esatto contrario, cioè perché non si è cambiato nulla, o poco, e alla fine le contraddizioni esploderanno. Ma al «sistema» non importa nulla: l’importante per chi ne fa parte è tirare a campare. Né gli interessa constatare che chiunque entri in contatto con l’amministrazione della giustizia in questo Paese, ne esce avvelenato. A qualsiasi livello: dal singolo cittadino che si accorge che dentro le patrie galere ci finiscono gli innocenti, mentre i colpevoli – vedi i femminicidi di Sarzana e di Vicenza – continuano ad uccidere fuori; alla politica, visto che le toghe «politicizzate» hanno fatto strame della nostra democrazia. Per ritrovare un premier votato dai cittadini, bisogna ritornare con la memoria a più di dieci anni fa.

    Chi ha usufruito di questa «paralisi» democratica si oppone perché altrimenti non toccherebbe più palla. E ricorre alla retorica e all’ipocrisia per nasconderlo: bisogna cambiare – è la tesi – ma non con i referendum, dimenticando che sono stati gli strumenti che hanno modificato il costume del Paese, dal divorzio all’aborto. E rimuovendo un concetto che ha fatto scuola: il sale della democrazia è la partecipazione. Ecco, votare non è un diritto o un dovere, ma offre un’occasione. Quella di rinsaldare il rapporto tra popolo e istituzioni.

    Esattamente quello che non vuole «il sistema» che punta sulla «pigrizia civile» per continuare a gestire la giustizia a suo piacimento, come elemento di garanzia del proprio Potere.

    Ecco perché il voto di oggi è soprattutto un grido di allarme per richiamare politica e istituzioni alle loro responsabilità. È una battaglia che va fatta, qualunque sia l’esito. Alla faccia di chi ha provato ad esorcizzare l’appuntamento. E per ricordare a chi per timore si è tirato indietro che le battaglie si fanno, sempre e comunque. In ogni tornante della Storia ne abbiamo lezione: se non fossero stati animati dall’impegno civile gli ucraini già sarebbero diventati russi.


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