• Il tour leader dell’Emiciclo che traghetta simboli e partiti

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    Riassumendo: i socialisti, da quando non c’è più il partito, si attaccano di volta in volta a destra o a sinistra per fare eleggere qualcuno. Bruno Tabacci, il contrario. Sono gli altri che si attaccano a lui, indipendentemente dal fatto che in quel momento sia a destra o a sinistra, per cercare di entrare in Parlamento. Di fatto la sua funzione sociale è traghettare gruppi, gettare ponti, lanciare scialuppe di salvataggio, condurre truppe cammellate, accompagnare responsabili, raggruppare peones. È una sorta di tour leader dell’Emiciclo.

    Col suo Centro democratico, che si basa su percentuali risibili ma che appoggia i governi giusti (Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi…), Bruno Tabacci salva le varie liste dall’onere della raccolta firme. Come organizza lui il trasporto pubblico dei parlamentari, nessuno. «Ma Lei cosa fa, Tabacci?». «Presto simboli, organizzo pullman», che è un po’ il nuovo «Faccio cose, vedo gente».

    Aria curiale, vecchie ventiquattrore da avvocato anni Settanta, profilo da funzionario del Politburó, uno che c’era già con Tribuna politica, Bruno Tabacci ne ha fatte di cose e vista di gente nella sua carriera. Settantasei anni, nato mentre l’Assemblea Costituente eleggeva il primo capo dello Stato, era l’estate 1946, a Quistello, bassa mantovana e altissime ambizioni, terra di tortelli, di zucche e di barcaioli, da cui l’abilità nel traghettare, Bruno Tabacci ha iniziato come vicesindaco nel 1970. E non ha ancor finito oggi, che è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. In mezzo, la Storia. Era colonnello di Ciriaco De Mita, è diventato padre di Di Maio: «Luigi è più giovane dei mie figli, c’è un passaggio generazionale, un investimento nel futuro».

    Il passato invece è una sicurezza. La sua carriera politica Prima Repubblica, seconde file e terzo polo moderato sono cinquant’anni che si srotola fra liste, listoni e raggruppamenti, dalla scuola d’eccellenza di Giovanni Marcora, del quale fu l’ambizioso «ragazzo spazzola», al salvataggio dei radicali di Emma Bonino, per finire oggi coi grillini dissidenti. Al cospetto la Gelmini e la Carfagna sono un fulgido esempio di coerenza.

    Consigliere regionale Dc negli anni ’80, presidente della Regione Lombardia per volere di De Mita dall’87 all’89, deputato della sinistra democristiana, sfiorato dalla bufera Tangentopoli, una carriera sotterranea da dirigente statale, poi lista Biancofiore, poi onorevole dell’Udc nella Casa delle Libertà dal 2001 al 2008 (quando, berlusconiano, si accreditava come «la spina nel fianco del Cavaliere»), poi deputato della Rosa Bianca, un brevissimo passaggio non accreditato nel Pd, poi in Alleanza per l’Italia con Francesco Rutelli, super assessore al bilancio del Comune di Milano con Giuliano Pisapia, che era il suo avvocato (anni economici di «rifondazione liberista»), quindi candidato alle elezioni primarie del Centrosinistra nel 2012, quindi un anno con +Europa, quindi sostegno a Giuseppe Conte, quindi uomo forte del governo Draghi, quindi (e siamo a oggi) il partito fondato con Di Maio: Impegno civico. Di fatto Bruno Tabacci è un bigino di Storia dei partiti politici nell’Italia repubblicana. Il programma è sempre quello: stare un po’ più a sinistra se si è dentro una colazione di centro-destra, e un po’ più a destra se si è dentro una coalizione di centro-sinistra. Cambiano solo i nomi. Finora ha collezionato tre coalizioni («Casa delle Libertà», «Italia. Bene Comune» e «Centro-sinistra») e dieci sigle: Dc (1970-94), Ppi (1994-96), Udr (1998), Ccd (1998-2002), Udc (2002-08), RpI (2008-09), ApI (2009-12), Cd (dal 2012), +Eu (2019-20), Ic (2022). Un vero record. L’importante è essere amico di tutti, ma comandare sempre da solo. Come si dice lungo il Po: «Na barca con dù timon… l’è na barca da coion!».

    Finanza bianca e anima rossa, buone frequentazioni nel bel mondo delle banche e delle grandi società pubbliche da cui il suo motto «Eni, vidi, vici» – democristiano fino alla punta dei capelli, che non ha; un culto religioso per don Giussani e uno laico per il Grande Centro, padanissimo Mantua me genuit ma antilumbard, Bruno Tabacci è il tipico cattolico apostolico di rito cattocomunista che si impone nella spartizione di potere: dalle partecipate ma fu solo un caso se un anno fa, mentre papà aveva la delega alla politica aerospaziale, il figlio è stato assunto in Leonardo, colosso nei settori della difesa e dell’aerospazio ai salotti milanesi, Ztl e dintorni: e se serve è pronto a dare consigli anche a Beppe Sala.

    Tabaccisauro in grisaglia di quel che fu la preistoria Dc, il «compagno Br1» è il moderato del moderatismo cocchiero della sinistra, utile a fottere la maggioranza silenziosa che vota sempre a destra per ritrovarsi nella palude delle larghe intese. Anche se poi, qualsiasi poltrona gli va bene.

    Segreti di Bruno Tabacci: discrezione, dissimulazione, collezionare Fondazioni e Comitati, mantenere un’equidistanza evangelica tra Mastella e Casini.

    Inossidabile, intramontabile, inaffondabile. Una inquietante somiglianza con il Mr. Grady di Shining, sui social ha anche l’endorsement satirico «Marxisti per Tabacci», per dire.

    Bacco, Tabacci e Venere riducono l’uomo in

    Bevitore misurato, non tabagista, sensibile alle femmine facoltose il capriccio più noto è quello per l’imprenditrice Angiola Armellini, «Lady 1243 appartamenti», indagata nel 2014 per una maxi evasione fiscale (risposta di Tabacci ai giornalisti: «Mica sono il suo commercialista»), una passione per il ciclismo a là Prodi, gran tessitore di trame pentapartitiche (le cene all’«Ambasciata» di Quistello con Andreotti, Cossiga e la Faraona all’uva), Bruno Tabacci la cui resistenza politica è inversamente proporzionale alla scarsa visibilità di cui gode – ha la rara capacità di essere sempre centrale pur apparendo così laterale. Peso elettorale: 0,7%; ospitate tv: troppe.

    Domanda: ma il fatto di essere così spesso invitato a La7 nella trasmissione di Giovanni Floris in cui uno degli autori è il suo portavoce Carlo Romano, è un conflitto di interessi o un semplice mistero dei palinsesti televisivi? #dimartedì

    Cose che stanno particolarmente a cuore a Bruno Tabacci: l’eterno democratico Angelo Sanza, che la prima cosa che fa quando arriva in Transatlantico è cercare l’amico onorevole Bruno Tabacci; i salotti, le poltrone e i sofà; dire peste e corna (privatamente) di Carlo Calenda; le battaglie contro l’evasione fiscale; le vacanze al Tanka Village, il resort di lusso di Ligresti; i cespugli di centro; i consigli di amministrazione; la torta sbrisolona.

    Cose che NON stanno particolarmente a cuore di Bruno Tabacci: l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio; Roberto Formigoni; ricordare il proprio passato nell’area del centrodestra; rilasciare interviste sotto le 80 righe; l’etica politica; essere interrotto mentre ascolta compiaciuto se stesso.

    Tabacci, comunque, è educato, colto, intelligente, furbo e granitico. Soltanto non riusciamo a capire perché un elettore dovrebbe votare Pd per poi fare eleggere i vari Di Maio, Bonino, Della Vedova, Azzolina e Bruno Tabacci. Sì, certo, è vero. In fondo anche i Muppets facevano ridere.


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