• Il trucco delle Ong: ecco come registrano le navi per portarci i migranti

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    Negli ultimi anni è più volte capitato che una nave Ong, una volta approdata in Italia, venga posta sotto sequestro amministrativo. Non è successo, come si potrebbe pensare, soltanto durante la gestione Salvini del Viminale, al contrario i giorni di fermo per molte navi umanitarie sono stati di più in media durante gli anni di Luciana Lamorgese come ministro dell’Interno.

    Per le Ong si trattava di fermi di natura politica, ma in realtà c’è dell’altro. Così come sottolineato da Alessandro Gonzato su Libero, il vero nodo della questione è che gran parte delle navi usate non è registrata per operazioni di ricerca e salvataggio.

    Il trucco che coinvolge 15 navi su 17

    Al momento, tra navi attualmente in mare e altre ferme nei porti perché sequestrate o perché in fase di cambio di equipaggio, sono note almeno 17 mezzi usati dalle Ong per le operazioni nel Mediterraneo centrale.

    Tuttavia solo due di queste navi sono effettivamente registrate per prestare attività di soccorso in mare. Si tratta, in particolare, della Geo Barents di Medici Senza Frontiere e di Open Arms dell’omonima Ong spagnola.

    Le altre 15 al contrario o non hanno mai registrato la propria attività oppure sono ufficialmente adibite ad altri tipi di usi. Del primo gruppo fa parte ad esempio la nave Lois Michel, battente bandiera tedesca e famosa per essere finanziata dall’artista Bansky. Così come le navi battenti bandiera britannica Astral e Aurora, la tedesca Nadir e la Rise Above, anch’essa tedesca e ferma attualmente a Licata dopo lo sbarco di 89 migranti nelle scorse settimane.

    È ufficialmente registrata come “scafo di supporto per operazioni in piattaforme galleggianti” la nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese e usata dall’Ong Sos Mediterranée. La nave è balzata alle cronache negli ultimi giorni per essere sbarcata a Tolone, innescando così la querelle politica e diplomatica tra Italia e Francia. Ma è anche la nave che ha effettuato più operazioni nella fase post pandemia: dal 2020 in poi, sono state decine ogni anno le missioni di Ocean Viking culminate con sbarchi nei porti italiani.

    L’altra nave della “discordia”, in quanto protagonista del primo braccio di ferro tra governo Meloni e mondo delle Ong, è registrata come nave cargo. Si tratta della tedesca Humanity 1, dell’Ong Sos Humanity.

    Non mancano in questa lista anche mezzi ufficialmente registrati come pescherecci. È il caso della spagnola Aita Mari dell’Ong Maydayterraneo. C’è poi il rimorchiatore italiano Mare Jonio, dell’Ong Mediterranea Saving Humans il cui volto più popolare è quello dell’ex attivista no global Luca Casarini. La Sea Eye 4, anch’essa protagonista di diverse operazioni in mare, è registrata come scafo di supporto alle immersioni. A breve dovrebbe salpare dai cantieri di Genova la Life Support, nave di Emergency registrata come mezzo per ricerche scientifiche.

    Un problema politico

    Il discorso però non è puramente tecnico. Non riguarda cioè solamente gli oneri degli uomini della Guardia Costiera che, saliti a bordo delle navi, non possono far altro che accertare le eventuali irregolarità.

    La questione è anche politica. Perché quella di usare navi non sempre regolari è alla base del trucco delle Ong per lanciare il loro guanto di sfida politico, sia all’Italia che all’Europa. Lo stratagemma parte da un presupposto: ogni nave in mare, a prescindere dalla destinazione d’uso o dalla registrazione, è chiamata a offrire soccorso a mezzi in difficoltà.

    Quindi quei pescherecci o quelle navi cargo usate dalle Ong operanti a largo della Libia, possono prendere a bordo i migranti soccorsi. Ma proprio perché le navi non sono adeguate a ospitare decine di persone, gli equipaggi fanno leva sulle potenziali criticità e chiedono un porto sicuro. Non è un mistero però che gran parte dei mezzi delle Ong quasi mai vengono messi in mare per la loro destinazione ufficiale.

    Nessuno ha mai usato le navi umanitarie per pescare o per fare ricerca scientifica. Il trucco quindi consente agli attivisti delle organizzazioni non governative di fare pressione per chiedere un porto. Ed è ben noto cosa accade in Italia se dal Viminale non arriva un immediato via libera.


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