Il vecchio e il nuovo

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C’è un’Europa delle parole, quella che prende spunto da una battuta di Giorgia Meloni rivolta a Bruxelles («è finita la pacchia») per scatenare una polemica internazionale. E c’è un’Europa dei «fatti». Quelli che mancano. Dopo aver discusso per tre settimane sul tetto sul gas, con la presidente Ursula von der Leyen che lo dava quasi per acquisito, l’ipotesi è improvvisamente naufragata: sei mesi fa il blocco contro il petrolio russo fu sabotato da Orbán; in quest’occasione ci ha pensato la democraticissima Olanda, più attenta ai profitti delle speculazioni sul gas alla borsa di Amsterdam che non alla solidarietà in un’Unione impegnata nel braccio di ferro con Putin.

Ciò che fa male all’idea di Europa non sono le parole di Meloni o Salvini, ma l’assenza di quei «fatti» che dovrebbero consolidare un modo di pensare europeo in un momento in cui – dopo una pandemia e una guerra – tutti sono consapevoli che non c’è alternativa all’Unione. Solo gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia delle pseudo ideologie possono teorizzare il contrario.

Questo non toglie, però, che è paradossale, assurdo, per non dire vergognoso che – mentre infuria lo scontro sul gas scatenato da Mosca – le istituzioni europee non riescano a concordare una risposta tempestiva e all’altezza. E come spesso avviene l’ipocrisia si trasforma in comicità: impotenti sul tetto del gas, a Bruxelles stanno pensando di metterne uno sui prezzi dell’energia elettrica prodotta con il nucleare e le rinnovabili, che già costano poco di per sé. Un paravento che fa ridere o piangere. Anche perché l’Europa che non aiuta mette nei guai: visto che nel Belpaese l’idea prevalente è sempre quella di demandare tutto alle decisioni di Bruxelles, per settimane il governo non ha preso i provvedimenti per dare sollievo a famiglie e imprese sulle bollette nella speranza che la Ue imponesse il «tetto» sul prezzo del gas. Tempo perso in una situazione drammatica. Ora si spera che domani il governo metta finalmente sul piatto quei 12-13 miliardi che ha racimolato senza attendere, o stare appresso a Bruxelles. Pochi, maledetti e subito sono meglio di niente.

Appunto, nel mondo d’oggi un’istituzione per essere efficace dovrebbe prendere decisioni importanti in tempi brevi. Specie nelle emergenze che si susseguono. Se sul Covid questa capacità da parte dell’Unione almeno in parte c’è stata, sul gas proprio no. Forse perché spesso la solidarietà in Europa la si dimostra, appunto, non con i fatti ma con le parole. La vecchia Europa, quella retorica, è maestra in questo: non si muove secondo regole, ma si ciba di stati d’animo, di calcoli e spesso di egoismi. Per cui qualche volta ti trovi di fronte l’Europa con la «E» maiuscola, altre ti imbatti in quella con la «e» minuscola. Il rischio è che ti manchi proprio quando ti serve. O quando, per qualche calcolo politico (magari perché il colore del governo che guida un Paese non piace all’establishment di Bruxelles), vuole mostrarsi diffidente verso chi chiede aiuto. È la vecchia Europa dell’olandese Timmermans, che dimentico delle speculazioni sul gas di Amsterdam si permette di dire che «la destra italiana fa paura». A cui fa da contraltare, questa è la speranza, l’Europa nuova, quella che non ci ha pensato due volte a schierarsi con l’Ucraina, quella della trentaseienne Sanna Marin, che in due mesi ha portato la Finlandia nella Nato e sulle regole democratiche non fa sconti a nessuno: «Gli italiani hanno il diritto di scegliere».


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