Inchieste e guai politici: Lega a duello

Set 29, 2021

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    Mentre Giancarlo Giorgetti chiama a raccolta i Draghi boys e lancia il primo vero carotaggio su un eventuale approdo al Colle dell’ex numero uno della Bce, Matteo Salvini corre. Anzi addirittura accelera, seppure in modo piuttosto scomposto, arrivando a dire con una buona dose di ingiustificata sicumera che Giorgetti ha smentito quanto detto due giorni fa, quando ha di fatto messo nero su bianco l’esistenza di due Leghe lontane tra loro anni luce. Quella a trazione nazionale del leader, e quella tutta nordista e governativa che fa capo ai governatori (da Luca Zaia a Massimo Fedriga).

    Davanti ai colonnelli del partito che si allontanano in modo più o meno evidente, Salvini sceglie dunque di rimuovere il problema e gioca d’attacco. Così, moltiplica comizi, conferenze stampa e comparsate tv a suggello di uno sprint di campagna elettorale che mai si sarebbe atteso tanto in salita. Tra ieri e oggi è rimbalzato come la palla di un flipper tra Milano e Torino, passando per Monza e Novara. Per un totale di sette incontri pubblici e almeno quattro ospitate tv. D’altra parte, a quattro giorni dal voto amministrativo, forse non c’era neanche alternativa. Impossibile tacere, difficile pure mettere la sordina con l’assedio che gli sta stringendo intorno. Certo, poi lui ci mette del suo e risponde con fare assertivo a chi gli chiede di Giorgetti. «Non ho molto tempo per leggere le interviste, poi ho visto che ha smentito», tira via ostentando sicurezza. Ovviamente, niente di più falso. Come è ben noto a tutti, non ha ritrattato una sola parola. E il fatto che la strategia difensiva di Salvini sia un’enorme, gigantesca bugia è il termometro di quanto grandi siano le difficoltà. Non è un caso che il leader consideri ormai Giorgetti un «corpo estraneo», se non un traditore. «Ma la verità – spiega un ministro leghista – è che Matteo non è più il Re Mida del consenso. D’altra parte, è evidente che il perimetro di una maggioranza che sostiene un esecutivo di grandissima coalizione e super europeista non è il suo campo da gioco».

    E non solo. Perché Salvini deve fare i conti anche con l’affare Morisi, dai contorni che si fanno sempre più fluidi. E poi c’è la rivalsa di quella Lega a trazione nordista che negli anni ha contestato più o meno silenziosamente prima i metodi del cerchio magico salviniano (chiedere a Umberto Bossi e ai suoi fedelissimi) e poi la scelta di spostare la Lega su un profilo più nazionale. Ma c’è anche la morsa dei colonnelli, sempre più stringente. Con la Lega per così dire governista che per bocca di Giorgetti ha pubblicamente sposato Draghi, auspicandone la sua permanenza a Palazzo Chigi «per sempre» e in alternativa la sua promozione al Quirinale. Parole non casuali quelle del numero due della Lega, uno dei pochissimi ministri davvero ascoltati dall’ex Bce. A Palazzo Chigi smentiscono categoricamente che il premier fosse a conoscenza della sortita di ieri di Giorgetti, di certo c’è che il suo è il primo vero sondaggio su uno scenario che vede Draghi lasciare la guida del governo per approdare al Quirinale. Una soluzione che nei ragionamenti di chi la caldeggia lo vedrebbe muoversi non «alla De Gaulle», perché la nostra Costituzione non lo permette, ma certamente alla Giorgio Napolitano.

    D’altra parte, il piano alternativo – quello del Mattarella bis – inizia a scontrarsi con alcuni ostacoli, in particolare il «no» di Giorgia Meloni e dello stesso Salvini. Ed è del tutto evidente che, dopo essere stato il punto di sintesi del Paese per sette anni, il capo dello Stato non è disponibile ad avventurarsi in un bis che lo trasformi in un uomo della divisione. Per questo, il partito per Draghi ha iniziato a muoversi. Dopo Giorgetti, ieri è toccato a un altro ministro leghista, Massimo Garavaglia. «Che Mario Draghi finisca al Quirinale – dice il titolare del Turismo – mi sembra una soluzione logica». E a ruota si è schierato anche il ministro azzurro Renato Brunetta: «Servono 7 anni di Draghi al Quirinale».

    Inutile dire che se davvero l’ex Bce approdasse al Colle si aprirebbe il valzer delle elezioni anticipate. Che piacciono certamente a Meloni, ma anche a Giuseppe Conte ed Enrico Letta (che sono alle prese con gruppi parlamentari che non controllano). Certo, c’è il tema del voto segreto e di un Parlamento che ha bisogno di arrivare fino ad ottobre per vedere maturare la pensione di deputati e senatori al primo giro. Non un dettaglio. E poi c’è il nodo legge elettorale, che dopo le amministrative potrebbe tornare in auge. E se il crollo di consensi della Lega sarà così corposo come annunciano i sondaggi, una riforma proporzionale potrebbe interessare anche a Salvini. A quel punto, il voto si allontanerebbe e magari tornerebbe in auge il Mattarella bis con Draghi saldo a Palazzo Chigi. Scenari tutti plausibili. Ecco perché quello dei Draghi boys al momento è solo un carotaggio. Come cantava Enzo Jannacci, «per vedere di nascosto l’effetto che fa».


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