Informazione e nevrosi

Mag 3, 2022

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    A volte si assiste a polemiche senza senso, a diatribe motivate da futili pretesti. E, dispiace dirlo, a questa categoria appartiene la cagnara suscitata dall’intervista al ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, trasmessa su Rete4. Un’«onta», come addirittura l’ha definita il segretario del Pd Enrico Letta, dando l’idea di essere uscito di senno visto che non distingue più il giornalismo dalla propaganda. Per non parlare del premier Draghi, che ieri ha concionato sulla differenza fra comizio e intervista. Certo, probabilmente il capo della diplomazia del Cremlino aveva intenzione di sfruttare l’occasione per diffondere nell’etere la versione di Vladimir Putin e le tante fake news che la corredano: è una tradizione di famiglia, lo faceva ai tempi dell’Urss Andrej Gromyko e, dato che in fondo non è cambiato granché, lo stesso stile contraddistingue ora Lavrov in quel guazzabuglio che è la Russia di oggi, in cui i simboli imperiali si mischiano con le nostalgie per il comunismo. Ma se quella era l’intenzione, ha avuto un effetto «boomerang», dato che ha mostrato uno spaccato delle intenzioni, dello spirito di revanche, dell’ideologia e del background pseudo-culturale che anima in questo momento la politica di Mosca.

    Chi ha visto quell’intervista, se dotato di onestà intellettuale, ha compreso ancora di più chi è la vittima (l’Ucraina) e chi il carnefice (la Russia). Un’impressione che ha tratto direttamente – particolare non da poco – dalle parole di Lavrov. Dalla sua viva voce, infatti, gli italiani hanno saputo che il 9 maggio, festa della vittoria dell’Armata rossa contro il nazismo, non cambierà la strategia del Cremlino, come qualcuno sperava; che per Mosca l’ipotesi del negoziato è «tardiva»; che la via diplomatica per Putin passa per «un cessate il fuoco» unilaterale dell’esercito ucraino che somiglia tanto alla pretesa di una resa; che la Russia ce l’ha con l’Italia perché in questa occasione non ha diviso né il fronte Nato, né quello europeo; e, infine, chi avesse avuto ancora dei dubbi, ha compreso di quali scempiaggini sono capaci gli eredi di Breznev per dare un senso all’obiettivo della «denazificazione». Visto che dare del nazista all’ebreo Zelensky appare surreale, Lavrov se l’è cavata insinuando che pure Hitler ha le stesse origini. Paragoni che in tempi normali consiglierebbero un’accurata visita psichiatrica.

    Ebbene, senza quell’intervista il mondo non avrebbe conosciuto la mentalità che oggi ispira le mosse del Cremlino. E non ci sarebbe stata la giusta ondata di sdegno che ha fatto seguito alle farneticazioni del capo della diplomazia russa. Il che ha un indubbio valore giornalistico: ognuno può pretendere da un intervistatore uno stile più o meno pugnace (questione di gusti), ma quei 40 minuti di domande e risposte hanno fatto capire tante cose. Lo scrive uno che ha sempre avuto le idee chiare su chi sia il colpevole in questa guerra. Ecco perché le polemiche contro l’intervista e non contro le parole dell’intervistato sono fuori luogo. Lavrov ha un ruolo istituzionale: è giusto porgli domande e analizzare le risposte di cui lui stesso è responsabile. Cosa diversa è invece – come ha fatto pure la tv pubblica – dare voce alle fumisterie di un professore della Luiss, tale Orsini. Lungi da me il desiderio di censurare qualcuno (gli italiani sono in grado di farsi un’opinione da soli), ma se un pinco pallino qualunque – non un ministro degli Esteri – dice scemenze in libertà, non si capisce quale sia l’obiettivo di mandarle in onda se non l’audience. Magari è questa la fattispecie giornalistica che stride di più con la tragedia.


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