Insinna, “a muso duro” contro contro la disabilità

Mag 5, 2022

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    “Realizzo il mio sogno faccio il medico come mio padre, non ho seguito la sua strada perchè avevo una patologia, la paura per gli aghi, avevo anche vinto il concorso per accedere alla facoltà di medicina”. Flavio Insinna che continua a condurre con grande successo l’Eredita lo show preserale di Rai1, dopo esser riapparso in don Matteo 13 fiction che gli ha regalato una grandissima popolarità per diverse stagioni, nel ruolo del colonnello Ancieschi, torna alla fiction con un film tv in onda su Rai1 il 16 maggio, prestando il volto ad Antonio Maglio, medico, dirigente dell’Inail, che ha cambiato il concetto di disabilità organizzando le prime Paralimpiadi a Roma nel 1960. La storia di un visionario innamorato del proprio lavoro, ricostruita nel film di Marco Pontecorvo “A muso duro”. “La scena più toccante a mio avviso è quanto il dottor Maglio taglia i gessi ai ragazzi, restituisce la dignità a chi pensava che la vita fosse finita. “Quando Marco mi ha chiamato mi sono emozionato, ma anche spaventato, temevo di non essere all’altezza”, racconta l’attore. Nel cast Claudia Vismara (che interpreta la moglie del medico qui al suo debutto), Paola Minaccioni, Massimo Wertmuller, Luca Angeletti. Per Insinna i medici come Manlio ma anche suo padre sono eroi. “Chi si trova a vivere una disabilità non è nome è una persona straordinaria”. Ma fa notare oggi si investe sempre meno nella sanità. Manlio “era un genio. E’ arrivato – prosegue – a disegnare il progetto che poi ha fatto realizzare per una carrucola per calare in mare i ragazzi e fargli fare il bagno ma anche per un pulmino. Compra un piccolo peschereccio. Diceva dove sta scritto che un disabile non può sentire l’acqua del mare sulla pelle?”. Ha fatto tutto a livello altissimo, fino alle Paralimpiadi, ispirato dal dottor Guttmann che organizzava gare per i militari invalidi dopo la guerra”. Insinna ricorda poi che suo padre che ha conosciuto Manlio ha lavorato al Centro di riabilitazione Santa Lucia, “e io oggi sono ancora supporter della squadra. Nel 1976 andammo alle Paralimpiadi in Canada mi disse ora sei il mio aiutate così accompagnavo i ragazzi in carozzina, davo un mano. Papà mi ha insegnato qualcosa che mi ha accompagnato per tutta la vita, non esisti solo tu, gli altri siamo noi. Aveva un fratello medico anche lui con una disabilita ad una gamba, non bisogna mai voltarsi dall’altra”. E’ il 1960, quando il medico dirigente dell’INAIL riesce a far disputare a Roma la prima Paralimpiade del mondo, sfruttando gli impianti sportivi costruiti per le Olimpiadi appena concluse. Con pochi mezzi, immagina, concepisce e organizza un Torneo Internazionale ribaltando il concetto di disabilità: fa’ uscire dall’ombra e pone per la prima volta al centro di una grande manifestazione sportiva persone con handicap fisici. A quell’evento parteciparono quattrocento atleti provenienti da ventitré nazioni e cinquemila persone seguirono con passione le gare: tiro con l’arco, giavellotto, pallacanestro, nuoto, scherma. Per la prima volta degli “invalidi” uscirono dai luoghi dove prima vivevano confinati per mostrarsi al mondo come uomini e donne, integri e orgogliosi dei risultati raggiunti. “E per la prima volta il mondo li guardò come tali. Ecco un medico aggiunge che non solo cura ma si prende cura”. Riguardo alla sua sua presa di posizione in merito alla decisione di aumentare le spese militari Insinna chiarisce: “io sono contro la guerra, in generale e contro le armi. Non sono contro il governo, quel partito o quell’altro? Sono per la pace contro l’ingiustizia sociale. Come il papa contro le diseguaglianza, il dolore”. Mi dite voi, osserva in conclusione ora ci sono i morti, le città rase al suolo i bambini uccisi, ovvio c’è la guerra, mi domando anche tutta la diplomazia, i politici a livello internazionale dove stavano quando hanno capito cosa stava succedendo.


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