”Io non ci volevo venire” di Roberto Alajmo

Set 3, 2021

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    Dopo un romanzo-memoire struggente e limpido come ”L’estate del ’78” e un romanzo delicato e preciso ma senza vie d’uscita come ”Carne mia”, Roberto Alajmo ha scritto un divertissement, naturalmente con la sua cifra tra ironia e tenerezza quale difesa dalla violenza della vita quotidiana nella sua Palermo, nella sua Sicilia.
        I temi restano gli stessi potremmo dire, anche se, per esempio, a parti inverse rispetto ai rapporti tra Franco e Mela di ”Carne mia”, perché qui chi segue, si adatta, accetta, si immagina certe cose senza sapere se siano vere e trova cose vere che sembrano incredibili, è il protagonista, il ragazzone di circa quarant’anni ingenuo e impacciato Giovà Di Dio, mentre chi tesse i fili, cerca di trovare soluzioni, sa come nuotare in un certo mare di relazioni non dette ma concretissime, è sua madre Antonietta.
        Tra Mondello e Partanna, che finiscono una nell’altra, in cui tutto si svolge, si scopre come sempre che del passato non ci si libera mai (anche se Alajmo lascia ancora una volta uno spiraglio al pessimismo del suo racconto con un finale ambiguamente aperto). E il passato sono sempre i fili invisibili e resistenti che legano la vita quotidiana della gente alla trama di rapporti mafiosi, che danno e prendono a seconda delle occasioni, delle contingenze, delle convenienza. Giovà, supportato da sua madre, per esempio, ha ottenuto un posto di guardia notturna nell’agenzia non proprio limpida del ragionier Piscitello grazie all’interessamento di quel rispettatissimo signore che siede ogni giorno al Bar Cristallo, sempre sulla stessa sedia e circondato di gente che un po’ si lega a lui e un po’ lo teme, il dottor (che non è) Zzu, senza il cui benestare nella zona non accade nulla.
        Quando quel favore pare dimenticato, invece Zzu si ricorda proprio di quell’imbranato e incapace di Giovà, lo manda a chiamare e gli affida, come fosse un vero poliziotto, l’incarico di indagare sulla morte di una ragazza, Agostina Giordano, finita e presumibilmente gettata in un dirupo con la sua auto di servizio da guardia forestale.
        La prima ipotesi è che ci si sia rivolti a lui proprio perché in realtà non si vuole venga scoperto alcunché. Poi si capirà invece che è stato spinto e verrà trascinato sempre più in una sorta di ginepraio, di sabbie mobili che sembrano invischiarlo via via, con l’entrata in gioco dei figli di Zzu, Giampaolo e Silvana, e infine la sparizione di un noto eremita del monte Gallo. Hanno messo in mezzo proprio lui che, poveretto, è ”svampito, non per carenza di informazioni, ma tutto il contrario: per overdose”, per incapacità di discerne e selezionare le informazioni, così l’omino di una pubblicità di quando era piccolo sta alla pari, per esempio, dell’indirizzo di casa o ogni altra cosa, e si confondono e annullano l’un con l’altro appena va in confusione per un minimo imprevisto.
        Man mano che si procede nelle rivelazioni e scoperte di quest’indagine condotta spesso di seconda mano, così che le notizie arrivano per vie traverse tra una chiacchera e l’altra magari per strada, una cosa solo gli diviene sempre più chiara: che comunque ogni ragionamento e notizia si ritorcerà contro di lui con diverse gradazioni e sfumature e che quindi, comunque vadano le cose e lui le gestisca nel loro pirandelliano essere e apparire, a rimanere fregato sarà appunto Giovà, anche se attorno ha una rilevante e risolutiva, attiva presenza femminile, dalla madre alla sorella Mariella, la zia Mariola e la vicina di casa Mariangela.
        Il romanzo è costruito in un susseguirsi di colpi di scena che via via cambiano, confondono, illuminano l’indagine, ma in realtà è solo il filo rosso attorno a cui si snoda il godibile, divertente racconto del quotidiano del paese e del ritratto di questa famiglia ”impercettibilmente borghese, di quella borghesia che negli anni, a partire dal dopoguerra, in Sicilia si è livellata allo stesso tempo verso l’alto e verso il basso.
        Verso l’alto magari per le risorse economiche, verso il basso per tutto quanto riguarda il resto”. E naturalmente Alajmo gli dona la scrittura giusta, quasi affabulatoria, confidenziale, ironica e coinvolgente e con quel tocco dialettale che non è solo colore, ma eco di tutto un mondo. (ANSA).
       


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