Jacu, destino di miracoli e speranza

Mag 8, 2022

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    PAOLO PINTACUDA, ”JACU” (FAZI, pp. 152 – 16,00 euro). Si sa, tanta letteratura ce ne ha mostrato la realtà, nei piccoli paesi non c’è meno invidia, insofferenza, rancorosità che altrove, nonostante una vita più in comune e così è anche tra i ”quattrocentoundici viventi di Scurovalle, da qualche parte al centro di una montagna ancora senza nome tra Girgenti e Palermo”, difficile da raggiungere anche dorso di mulo e tutta di pietra, tanto da mimetizzarsi con la montagna.
        E’ così che la vita di un bambino, Jacu, nato da una giovanissima madre già vedova il 12 dicembre 1899, diventa in quel luogo un percorso difficile e sofferto.
        Secondo la credenza popolare, essendo nato settimino e ultimo di quel secolo, avrebbe avuto poteri taumaturgici miracolosi per qualsiasi sventurato che si fosse a lui affidato, tanto che quel giorno il parroco suonò a stormo le due campane della chiesa, richiamando l’attenzione di tutto il borgo. Da questo destino cerca di difenderlo la madre Vittoria, che si impegna per dare al figlio un’infanzia il più normale possibile, nonostante si dicesse che lei stessa era stata la prima miracolata, scampando alle nefaste conseguenze di un parto molto difficile. In seguito, con lui ancora non in grado di camminare, la casa si affollava di malati e bisognosi che il piccolo individuava istintivamente e abbracciava ”mite e saldo, finché la guarigione non era avvenuta”.
        Aveva cominciato con un cane e poi addirittura quasi resuscita una pecora azzannata da una volpe per arrivare a 10 anni a salvare la piccola Enrichetta, figlia del barone Rajneri di Pietraperzia che abitava a un chilometro da Scurovalle.
        Un’esistenza tra la vita quotidiana del paese e questi incontri e avvenimenti miracolosi che Pintacuda racconta con una scrittura di grande abilità e tocco lieve, dandogli una concreta dimensione tra il mitico e il favoloso, legato a una sorta di cultura locale fuori del tempo, che arrivava a slegarne lo scorrere da mesi e anni, usando riferimenti solo abbinati a caratteristiche del clima e dei campi, così che c’erano ”nati di scorzonera dell’anno del gelo, l’emigrato di biete dell’anno bruciante, persino gli sposi di malva dell’anno riarso”.
        Un libro sulla solitudine del diverso, ma soprattutto sulla salvezza e la speranza che resiste al di là di illusioni e delusioni, in un mondo in cui quel poco di fiducia che poteva esserci viene travolto dalla guerra, dagli orrori della Grande guerra. Quando infatti scoppia e un bel giorno, lui diventato postino senza mai nulla da consegnare in quel paese sperduto, arrivano le cartoline di chiamata alle armi per i ragazzi del ’99, la classe di Jacu e tutti i suoi coetanei sono costretti a partire, tutti tranne lui per un errore anagrafico. Se questo dà serenità a sua madre, dall’altra gli mette contro tutto il paese, che non capisce, è invidioso e pensa che lui sarebbe dovuto andare con gli altri per salvarli. Jacu è un ragazzo intelligente e sensibile che ha un dono e questo ne fa una sorta di Cristo che si sacrifica nella speranza di poter aiutare, salvare gli altri anche quando la crudeltà degli uomini rende vana la buona volontà e schiaccia tutto con violenza inaudita. Così, tormentato dai sensi di colpa, si arruola volontario sperando di rendersi anche utile ai suoi coetanei al fronte. E la favola paesana di questa sorta di povero Cristo si interrompe, con la realtà che arriva a spazzare via tutto, con descrizioni atroci e crude, che la bella scrittura di Pintacuda ci rende nette, senza compiacimento o insistenze, sino all’XI battaglia dell’Isonzo a settembre 1917, che vede il ragazzo impegnato nella conquista cruenta del monte San Gabriele e finire in trappola col suo gruppo sotto il tiro nemico. A lui ”sembrava l’Onnipotente si fosse scordato di tutti loro” e in un tentativo di sortita per salvarsi viene colpito. Al paese si farà poi il suo funerale con la bara vuota e il suo nome messo nell’elenco sul monumento ai caduti a Scurovalle.
        Quando dopo cinque anni vi arriva, per incontrare la madre e consegnarle la Croce al merito per Jacu, il maggiore D’Auria, che era con lui in quelle giornate, e trova il nome del ragazzo graffiato via dal monumento, come per rancore paesano, non sa che ha intrapreso un viaggio che gli riserverà molte sorprese e mostrerà che bisogna sempre credere in qualcosa, senza farsi abbrutire e travolgere dall’irrazionalità crudele degli uomini.
        (ANSA).
       


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