• La crisi di nervi della sinistra battuta dal nuovo spauracchio

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    Eccoli, pronti, soli o in gruppi d’ascolto, gli elettori di sinistra, ad attendere le 23,01, quando sono usciti i primi exit poll. Perché tanta frenesia, visto che poche elezioni sono cosi prive di suspense come queste? Cosa possono rivelare di diverso gli exit poll, cioè dei sondaggi, mentre tutto si deciderà alle proiezioni, fino all’ultimo collegio? Rivelano lo spirito di masochismo della sinistra: il suo popolo gode nel soffrire, altrimenti non sarebbe di sinistra. E vuole evidentemente vedere plasticamente rappresentata l’apparizione del fantasma più tenebroso del suo immaginario: quello fascista. Il 22-26% attribuito a Fratelli d’Italia e il 17-21% al Pd, assieme al divario mostruoso tra i seggi del centrodestra e quelli della sinistra. Il fascismo, dopo averlo evocato in seduta spiritica tutta una vita, è tornato. Ovviamente, nel mondo reale non esiste alcun pericolo fascista, ma questo, come il lettore avrà capito, è un tentativo di entrare nella mente del sinistrato. Per tutta la vita, e prima di lui i suoi avi, egli ha agitato questo spauracchio: e ha visto il fascismo revenant in De Gasperi, in Fanfani, in Craxi, in Berlusconi, in Salvini. Che con il fascismo storico, e con quello neo, nulla avevano a che fare. Ora invece primeggia (sempre dagli exit poll) Giorgia Meloni, che un legame, più che con il fascismo, con il neofascismo, l’ha avuto. Il cerchio si chiude, nella testa del progressista. Peraltro, il ceto politico di sinistra con i fascisti, cioè con gli eredi dell’Msi, ha sempre amato trattare, quando si doveva mettere in difficoltà il centrodestra e Berlusconi. Quante volte, e ben prima del mi cacci?, si è sentito dire che con Fini si poteva discutere, era un politico vero, non solo un venditore come, nelle loro parole, il Cavaliere? E ancora di recente, fino a pochi mesi fa, quanto miele di Letta per Meloni, lui Raimondo, lei Sandra. Quello del fascismo per la mente del sinistrato è un fantasma nel senso psicanalitico del termine. È un oggetto di attrazione e repulsione assieme, una sorta di fratello nemico da cui si è separati dalla nascita, contro cui si prova tanto odio perché è carne della propria carne; spiegarono a suo tempo filosofi come Augusto del Noce, e storici come Renzo De Felice, che il fascismo è un fenomeno per molti versi da considerare parte della famiglia di sinistra. E ora, dopo averlo esorcizzato una vita, ecco, è tornato. Trauma, ma anche piacere. E ora l’elettore di sinistra si dividerà nelle sue molteplici sfaccettature: il pessimista storico («gli Italiani sono un popolo di bambini») per cui occorre che a redimerli venga la Ue o i Pm o entrambi; il migliorista, che accetta o finge di accettare il risultato, fidando di ricostruire il proprio partito ma in cuor suo già convinto di dovere ricorrere, come il pessimista, a Ue o pm per disarcionare M (che sta ora per Meloni). C’è il rivoluzionario, che accusa la sinistra di non essere stata abbastanza di sinistra, e che si dice pronto a correre in montagna in realtà a sciare. C’è quindi il riformista, figura speculare opposta al rivoluzionario, ma con la medesima forma mentis: la colpa è della sinistra troppo di sinistra. C’è poi quello che incolpa la «legge elettorale liberticida», come il rettore Tomaso Montanari che, al seggio, ha portato pure una lettera di protesta. C’è infine il trasformista: egli sa benissimo quanto la destra, per governare (se gli exit poll saranno confermati) avrà bisogno degli «esperti» di sinistra. E lui sarà già a disposizione.


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