La crociata e il potere

Ago 2, 2022

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Potrebbe essere ribattezzato Papa Urbano II, il Pontefice che promosse la prima crociata. O potrebbe essere paragonato ad uno dei successori al soglio di Pietro che nei secoli benedirono spedizioni in Terra Santa. O, ancora, ricorda quel tale Stefano da Cloyes-sur-le-Loir che propugnò «la crociata dei bambini» finita in tragedia. Al di là delle battute, questi accostamenti coloriti danno l’idea di come quell’appello lanciato ieri da Enrico Letta a tutte le forze politiche per unirsi contro la destra sovranista abbia proprio il sapore della crociata. Eh sì, perché appelli del genere, con quei toni ultimativi, nel Medio Evo si lanciavano contro gli infedeli e in tempi recenti contro i fascisti, o, nel campo opposto, contro i comunisti.

Tutta roba, comunque, che uno pensava morta e sepolta e che fa a pugni con i duetti in cui si dilettava il segretario del Pd nei mesi scorsi nella presentazione dei libri con Giorgia Meloni. O, peggio ancora, suonano male contro due forze del centrodestra, Forza Italia e Lega, con le quali fino a qualche settimana fa compartecipava allo stesso governo, conviveva nella stessa maggioranza e condivideva l’agenda Draghi.

Un’iniziativa del genere e il lessico usato dimostrano solo che il panico elettorale ha fatto perdere la bussola – e la misura – al leader piddino. Letta può considerare il centrodestra un avversario, può suscitare in lui pure qualche diffidenza, ma non può certo trattarlo alla stregua di un nemico della democrazia. Proprio lui che, grazie a Forza Italia, giustappunto dieci anni fa, ha conosciuto per una volta l’ebbrezza di Palazzo Chigi.

Ecco perché quella chiamata a raccolta contro i barbari alle porte stona. E non poco. È un ritorno al passato poco edificante per un partito che è stato al governo per dieci anni – a parte la parentesi del governo grillino-leghista – senza avere vinto un’elezione e ora teme di perdere quel Potere a cui si è assuefatto. E, nell’incubo, non rammenta tutti i discorsi sulla democrazia compiuta in cui esistono gli avversari e non i nemici. Oppure dimentica l’idea virtuosa di una politica in cui le alleanze non nascono contro qualcuno, ma su un programma per governare.

Tutto rimosso. Tutto sepolto per paura. Tutto usato in maniera strumentale. Così questa campagna elettorale è cominciata davvero male. Negli appelli, nelle crociate il Pd tenta di esorcizzare le sue contraddizioni. Evoca i fantasmi dell’autoritarismo, addirittura del fascismo come collanti di uno schieramento, di un campo largo che in qualsiasi maggioranza di governo non potrebbe stare insieme. Vuole unire Fratoianni, che non ha mai votato la fiducia al governo Draghi, con Calenda, che considera l’«agenda Draghi» la sua Bibbia. Mette in guardia dagli amici della Russia che, nella narrazione lettiana, albergano nel centrodestra, dimenticando il flirt mai sopito dei post-comunisti del Pd con i grillini di Giuseppe Conte, gli unici – va ricordato – ad aver promosso delle iniziative parlamentari contro le armi all’Ucraina. I veri colpevoli della crisi del governo Draghi.

E la «crociata», la «chiamata alle armi» contro il nemico è l’unica strada per tentare un’operazione poco convincente quanto datata.


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