• La fasciofobia corre in bici

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    Il vero guaio di Filippo Ganna non è quello di essersi piazzato settimo nella prova a cronometro dei mondiali di ciclismo in corso a Wallongong in Australia. Il vero grande e grosso problema è che ha indossato un casco con una fiamma tricolore ben visibile (nel tondo), idea creativa di uno svizzero, direi un neutrale, trattasi di Stefano Barzaghi che avendo immaginato un fulmine sui pedali che avrebbe incendiato la gara così si era espresso, non immaginando mai le conseguenze. Perché dove c’è fiamma arrivano i pompieri della nostra bassa politica di propaganda, dunque arde il fuoco e questo sta a significare apertamente che siamo di fronte a un simbolo del fascio, occhio Ganna che marci in bicicletta il sol dell’avvenire, ignaro di essere un testimone della destra estrema, del ritorno ad un passato nefasto. Lo stesso accadde con Gigi Buffon e il suo boia chi molla o il numero 88 di maglia e altre facezie che lo spacciarono per camerata tra i pali. Come si dice nel gergo calcistico, sono saltate le marcature, qualunque schizzo, disegno, immagine, fotogramma provoca il rossore sulla pelle dei soliti noti, soprattutto nelle falangi di alcuni giornali là dove il fascismo non è un fantasma, non è un’ipotesi, non è un pericolo è una certezza assoluta se le cose andranno verso una certa direzione, domenica prossima. La fasciofobia è un virus che non prevede alcun tipo di vaccino, anzi quello più naturale, il voto, non viene considerato democratico in caso di sconfitta e allora avanti popolo alla riscossa contro qualunque cosa prenda la forma di fiamma e affini, si potrebbe ipotizzare dunque una riforma delle fiamme gialle? E la granata d’oro infiammata nello scudo dei carabinieri? Tralascio le citazioni fiammeggianti di Alfieri (Solo fra i mesti miei pensieri, in riva), Leopardi (Il tramonto della luna) e del Dante sommo nel canto XXVI, dell’Inferno ovviamente ma quello era il tempo in cui la propaganda fascista era sconosciuta, oggi no, oggi sta anche nel casco di un ciclista azzurro e tricolore, in corsa contro il tempo e contro l’idiozia degli uomini. Per la memoria storica segnalo che un altro Ganna ciclista, dopo la tappa che lo consacrò vincitore del primo Giro d’Italia, così commentò la propria prestazione: «Me brusa el cul!». Fiamme anche allora.


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