La Fed alza i tassi d’interesse Bce, uno scudo anti spread

Giu 15, 2022

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    La Fed alza i tassi di interesse dello 0,75% per la prima volta dal 1994 nel tentativo di fermare la corsa dell’inflazione, schizzata ai massimi da 40 anni. Il costo del denaro sale così in una forchetta fra l’1,50 e l’1,75%.

    La Fed taglia le stime di crescita americana, prevedendo un Pil in crescita dell’1,7% per il 2022 e per il 2023. In precedenza aveva stimato un Pil al +2,8% per quest’anno. L’inflazione è prevista attestarsi al 5,2% nel 2022 e al 2,6% nel 2023.

    La Fed è “fortemente impegnata” a far calare l’inflazione al 2%. E’ quanto si legge nel comunicato finale diffuso al termine della due giorni di riunione.

    “Oggi abbiamo deciso di attivare la flessibilità nell’attività di reinvestimento e abbiamo chiesto ai nostri comitati di lavora in maniera accelerata sul concepimento di nuovo strumenti per contrastare la frammentazione nel caso in cui il reinvestimento non bastasse. Per cui nel caso in cui il reinvestimento non bastasse state tranquilli, siamo pronti”. Lo ha detto Klaas Knot, componente del consiglio direttivo della Bce e presidente della Nederlandsche Bank, intervenendo a Young Factor.

    La prima linea di difesa della Bce contro i rischi di frammentazione finanziaria evidenziati dagli spread sono i reinvestimenti del programma pandemico Pepp, ha detto Knot, secondo cui la decisione del Consiglio della Bce, convocato stamani in emergenza, di chiedere agli uffici tecnici un’accelerazione su uno strumento anti-spread serve per avere opzioni nel caso in cui il programma pandemico non basti.

    Il messaggio “principale” del comunicato della Bce è che “in questa fase di normalizzazione” messa in campo “per raggiungere gli obiettivi dell’inflazione, noi potremmo trovare sulla nostra strada una iper-reazione dei mercati” e ciò “potrebbe impedirci di fare la nostra politica monetaria, di aggiustare la nostra linea” monetaria. Lo ha detto Fabio Panetta, componente del Comitato esecutivo della Bce, intervenendo alla commissione Econ del Pe. “Una cosa de essere molto chiara”: lo scudo anti-frammentazione “non impedisce la nostra politica monetaria ma è condizione necessaria per portare l’inflazione di nuovo al 2%”, ha aggiunto.

    La Bce ha incaricato gli uffici tecnici di “accelerare il completamento di un nuovo strumento anti-frammentazione” da sottoporre poi al Consiglio direttivo. Lo comunica la Bce dopo la riunione d’emergenza per l’allarme spread.

    I Governatori della Bce, nella riunione di oggi, hanno giudicato che fosse una risposta adeguata dare mandato agli uffici tecnici per la preparazione di uno strumento contro la frammentazione finanziaria. Lo ha detto Mario Centeno, governatore della banca centrale portoghese e consigliere Bce, durante un discorso a Lisbona riportato dalla Bloomberg. Centeno, in un apparente cenno alla discrepanza fra una svolta nel segno della normalizzazione monetaria e la necessità di continuare a sostenere i debiti con interventi espansivi, ha detto che la politica monetaria “lavora per il medio termine”.

    La riunione di emergenza della Bce non convince del tutto gli analisti, cauti sull’efficacia, tutta da dimostrare, delle misure contro lo spread annunciate oggi e convinti del fatto che il mercato ritornerà a mettere sotto pressione i titoli di stato dei Paesi periferici. “È probabile che, almeno per il momento, tale decisione non impedirà ai mercati di continuare a spingere per un aumento degli spread europei” mentre la stretta monetaria “continuerà a mettere sotto pressione i paesi più fragili dell’Eurozona”, commenta Gergely Majoros, membro del comitato Investimenti dell’asset manager Carmignac, secondo cui il Consiglio direttivo “potrebbe essere ancora diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo meccanismo di ‘stabilizzazione'” mentre la flessibilità nei reinvestimenti “non risolve in modo sufficientemente efficace il problema della frammentazione”. Andrew Mulliner, Head of Global Aggregate Strategies di Janus Henderson, parla di “situazione un po’ bizzarra”, con la Bce che, appena sei giorni dopo aver messo fine all’acquisto di titoli, “annuncia uno strumento (reinvestimenti flessibili del PEPP) che aveva già ripetutamente annunciato” e promette “uno strumento anti-frammentazione da progettare”. Il problema è che “uno strumento anti-frammentazione è molto meno adatto a una politica più restrittiva” come quella che la Bce si trova costretta ad adottare per contrastare l’inflazione. “Sarebbe un po’ sorprendente se il mercato non cercasse di mettere ulteriormente alla prova la Bce”. Di diverso avviso il capo economista di Unicredit, Marco Valli, secondo cui la Bce “ha finalmente iniziato a farsi seria nel contrastare la frammentazione” e si attende che questo rischio venga fronteggiato con “acquisti potenzialmente illimitati”. Per Valli i mercati “hanno fatto bene a reagire positivamente” e anche se serve “molto lavoro tecnico” per mettere a punto il nuovo strumento, i cui dettagli potrebbero arrivare nella riunione del 21 luglio, c’è “la volontà politica” e questo “è quello che conta di più”.


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