• La finzione che genera mostri

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    Non c’è scritto da nessuna parte che è solo un gioco e forse è il caso di cominciare a dirlo. Qualcuno infatti potrebbe prenderlo sul serio. Questa campagna elettorale è virtuale. È una finzione. Non va presa alla lettera, altrimenti ci si fa male.

    C’è infatti un largo gruppo di personaggi, più o meno influenti, che ogni giorno racconta la stessa storia. Lo fa con la mano sul cuore e con netta convinzione. Dicono che in Italia il 25 settembre, domenica prossima, potrebbe morire la democrazia. La causa è la vittoria di chi non la pensa come loro, la vittoria della destra. Non sostengono solo questo, che già è grave, ma gridano e giurano che il fascismo è alle porte. Non avrà il volto del passato, ma quello di una donna che, in privato, è perfino simpatica. Non cambia molto, perché comunque ci si trova davanti a una nuova tirannia. Lo dicono senza mostrare un minimo dubbio. Se tutto questo fosse vero non ci sarebbe da perdere tempo. Non c’è neppure da votare. Il fascismo va fermato adesso, con qualsiasi mezzo, mettendo fuori legge i sovversivi, firmando come non si fece cent’anni fa lo stato d’assedio, implorando Mattarella di non comportarsi come il re. L’accusa non è roba da poco. La risposta non può che essere drastica. È quello che nell’antica Roma veniva chiamato Senatus consultum ultimum e lo invocò Cicerone contro Catilina.

    È, nelle democrazie moderne, il diritto di difendersi contro i partiti anti sistema. Si mette sotto mirino il presunto tiranno, perché è questo che la sinistra sta di fatto indicando.

    Se non è un gioco, qualcuno potrebbe dare retta a questa storia e le conseguenze allora sarebbero drammatiche, perché stai dando le ragioni politiche e filosofiche per qualsiasi gesto. Non è questa la resistenza? Non è questo il diritto delle genti di sbarazzarsi del tiranno o della tiranna? Ah no. Dite che qui si esagera. Questa è una follia. Non scherziamo. Solo che il mondo è pieno di folli e di gente che si sente legittimata a prendere sul serio le parole di una campagna elettorale. Le parole, anche quelle finte, creano mondi, evocano scenari, rimbalzano sulla realtà. È quello che è successo a luglio in Giappone con Shinzo Abe. Qualcuno, un folle certo, ha creduto a quello che gli stavano raccontando. È quello che può accadere quando in democrazia non riconosci più il tuo avversario, ma lo descrivi come un nemico. Lo indichi come la grande paura da scongiurare a tutti i costi, perché se vince non c’è domani.

    Allora è il caso di fare un passo indietro, di avvertire che questo è solo un gioco vietato ai minori di diciotto anni. È campagna elettorale, perché poi con Giorgia Meloni si sta tranquillamente in Parlamento e si presentano libri insieme e si firmano leggi. Il fascismo è solo un modo di dire e certe parole sono il vizio di una schiatta culturale di apprendisti stregoni. È gente che da troppi anni teme la democrazia e vive in una finzione e ha bisogno di un nemico per riconoscersi, perché non ha più un vestito da indossare e si sente sicura sotto quella vecchia maschera. La finzione è finita.


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