La linea Draghi dopo lo stop: se rimango a Palazzo Chigi garantitemi libertà di scelte

Dic 27, 2021

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    Sereno? Di più: il presidente, raccontano, è «assolutamente tranquillo» e «concentrato sull’azione di governo». Sicuro. Solido. Energetico. Padrone della situazione. Effetto Natale forse, o magari è l’effetto del fallimento del tentativo di normalizzarlo, di liofilizzarlo dopo la sua disponibilità a salire sul Colle e la mezza rivolta dei partiti che non si vogliono far commissariare. Draghi ha sbagliato la mossa, si è detto, ora è entrato del dibattito politico come un Monti qualsiasi, ha perso il tocco, è un SuperMario senza più superpoteri. La sinistra bersaniana gli ha imputato scarsa sensibilità istituzionale, il centrodestra gli ha chiesto di restare a Palazzo Chigi. Lui però non si è scomposto e ha spiegato ai leader che lo hanno cercato qual è dal suo punto di vista lo stato dell’arte. E cioè, io sono a disposizione del Paese. Mi volete al Quirinale? Benissimo. Mi preferite al governo? Bene lo stesso, però mi dovete garantire l’agibilità, la possibilità di prendere le decisioni e fare le scelte che serviranno all’Italia. Basta risse. Comando io.

    E dunque, Colle o Palazzo Chigi che sia, adesso è Draghi a stabilire le condizioni. Da parte sua c’è «totale obbedienza al Parlamento» che vota leggi e provvedimenti e grande rispetto nei confronti dei partiti: infatti spetta a loro nominare il prossimo presidente della Repubblica. Da servitore dello Stato lui è pronto ad accettare l’incarico di prendere il posto di Sergio Mattarella o anche di rimanere alla guida dell’esecutivo. Se è vero che i risultati della missione sono stati raggiunti, i compiti non sono finiti. La situazione sanitaria sta però peggiorando in fretta e i miliardi del Recovery Fund non sono ancora in banca. E molte delle riforme necessarie per modernizzare il Belpaese, richieste dall’Europa e dalle clausole del Pnrr sono appena in embrione.

    Ma in questo caso, se dovesse restare a Palazzo Chigi, nell’ultimo anno di legislatura Draghi non accetterebbe di timonare una coalizione litigiosa, distratta dalle elezioni prossime, in campagna perenne. Per una decina di mesi il premier ha governato sul velluto, facendo sfogare ogni tanto i partiti e poi imponendosi sui dossier sempre senza troppe difficoltà. Forte del suo prestigio internazionale, ha schiacciato tutti. Da dicembre le cose sono un po’ cambiate, c’è stato qualche rallentamento nel ruolino di marcia, sono arrivate le prime mediazioni, le difficoltà con la manovra. Ebbene, per il premier non deve più accadere.

    Insomma, la cosa che il premier vuole evitare è di finire impantanato nella palude dei partiti, senza riuscire a incidere. Giorgia Meloni non crede che succederà, perché «Draghi dispone di molti strumenti politici per imporsi». Segretari e gruppi parlamentari faticano a trovare un nome condiviso per la presidenza della Repubblica, figuriamoci se dovessero cercarne uno anche per la presidenza del Consiglio. Il problema è capire a quale delle due partite lui e interessato. Franco Debenedetti ad esempio pensa che le condizioni poste da SuperMario riguardino «non la sua elezione al Quirinale bensì la sua permanenza a Palazzo Chigi».

    Si vedrà, ma in un caso o nell’altro dalla sua prospettiva quello che conta è la compattezza della maggioranza: se va in frantumi per il Colle, sarà difficile che si ricomponga per sostenere un governo impegnato a mettere in sicurezza sanitaria ed economica l’Italia.


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