La nuova Nato, più truppe e deterrenza attiva a Est

Giu 20, 2022

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       La Nato era già in procinto di rifarsi il trucco – non a caso lo Strategic Concept, il documento-guida dell’Alleanza che vede la luce ogni dieci anni, sta per essere licenziato – ma l’invasione russa in Ucraina, naturalmente, ha rimescolato le carte. Dunque i 30 alleati al summit di Madrid di fine mese daranno il via, assicurano varie fonti, a un massiccio aumento delle truppe a disposizione del comando supremo – si parla del 600% in più – e a un nuovo modulo d’inquadramento delle forze. Che investirà i cinque “dominii” militari: terra, mare, aria, spazio e cyber.

        I numeri parlano da soli. Dai 40 mila uomini attualmente sotto l’egida della Nato si passerà a circa 240 mila – calcolo effettuato sulla base delle promesse già concordate tra i Paesi.

        Ma dal computo mancano ancora gli Usa. Forse si potrà salire. Il loro dislocamento sul terreno però avverrà in modo più sofisticato rispetto al passato. Non ‘boots on the ground’ permanenti – come volevano ad esempio i Baltici – ma “a rotazione”. Aumenti virtuali, quindi? Alla Nato giurano di no. I tedeschi si sono impegnati a rafforzare il gruppo di battaglia in Lituania portandolo al livello di brigata (circa 5 mila uomini). Se non tutti resteranno sempre fisicamente nel loro quadrante, la loro zona sarà “pre-assegnata” e le forze saranno divise in tre livelli di prontezza d’intervento (da 10 a 50 giorni). Il tutto attraverso meccanismi “verificati e verificabili” dal quartier generale a Bruxelles.

        L’esempio tedesco pare essere un modello che verrà replicato da altri Alleati per assicurare il rafforzamento di tutto il fianco est, dal Baltico al Mar Nero. Inoltre gli equipaggiamenti – mezzi militari, munizioni, fureria, sistemi di difesa aerea – saranno “pre-posizionati” in punti strategici. La parola d’ordine è “flessibilità”. Perché ora è necessario rinvigorire la postura anti-Mosca, ma non è detto che le priorità non cambino nel futuro. Il passo però è segnato: addio alla strategia “tripwire” – ovvero lasciar avanzare inizialmente il nemico per poi contrattaccare – e largo alla “deterrenza attiva”, difendere sin dall’inizio “ogni centimetro” di suolo alleato. Il tutto con un occhio ai quattrini.

        I soldi, infatti, restano un tasto dolente ed è uno degli aspetti su cui i leader si devono ancora accordare. Al di là delle spese militari nazionali – ora “almeno il 2% del Pil” entro il 2024, poi a Madrid s’inizierà a discutere dell’orizzonte 2024-2030 – c’è il budget comune per la Nato (vale circa lo 0,2% del bilancio difesa degli alleati). Il Comando vorrebbe raddoppiarlo. Poi ci sono le partnership (ad esempio l’Ucraina, ma pure Moldova e Georgia). Ora girano su trust intergovernativi (c’è chi paga e chi no). Ecco, alcune capitali vorrebbero che fossero strutturali, parte del budget Nato.
       


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