La pagina bianca della Costituzione

Gen 13, 2022

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    Ai piani alti del Quirinale e di Palazzo Madama in queste ore ci si domanda che cosa accadrà se il 3 febbraio, data di scadenza del settennato di Sergio Mattarella, il Parlamentonon sarà stato in grado di eleggere il nuovo inquilino del Colle. L’interrogativo che si stanno ponendo Mattarella e il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati è pienamente legittimo. Per due buoni motivi. Innanzitutto perché l’ipotesi paventata di un allungamento dei tempi è tutt’altro che campata in aria.

    Come gli apprendisti stregoni, i partiti rischiano di rimanere vittime dei loro artifici. Per dirla tutta, l’impressione è che a sinistra le forze politiche si stanno incartando sempre più senza molto costrutto. Inoltre non si possono non fare i conti con quel brutto oste che è il Covid. Più saranno gli assenti per malattia e più sarà difficile raggiungere nei primi tre scrutini il quorum dei due terzi del collegio e, a partire dal quarto scrutinio, la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più uno dei componenti. Dulcis in fundo, si fa per dire, i partiti non hanno un pieno controllo dei rispettivi parlamentari. Ne consegue che non mancheranno i soliti franchi tiratori, ciascuno dei quali baderà al proprio particulare. Se intervenisse a breve lo scioglimento anticipato delle Camere, molti di loro dovrebbero trovarsi un lavoro o tornare a un’occupazione meno remunerativa dell’attuale.

    E poi perché, ecco il secondo motivo dell’interrogativo dei due presidenti, la nostra Costituzione non dà una risposta precisa al quesito. Ma dà lo spunto a due interpretazioni che fanno a pugni tra loro e si elidono a vicenda. Insomma, ha una pagina bianca. Tant’è che nelle elezioni presidenziali del 1971, che portarono all’elezione di Giovanni Leone al ventitreesimo scrutinio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat sollecitò pareri a illustri giuristi e arrivò sul punto di minacciare le proprie dimissioni qualora il Parlamento non fosse riuscito a eleggere sollecitamente il suo successore.

    Da un lato l’articolo 86, primo comma, sembrerebbe escludere la supplenza. Infatti la supplenza del presidente del Senato presuppone un capo dello Stato in carica, ancorché impedito. Mentre Mattarella dopo il 3 febbraio non sarebbe più tale. Ma dall’altro l’articolo 85 stabilisce in sette anni la durata del mandato. Di più, dispone espressamente che si abbia prorogatio solo nell’ipotesi che le Camere siano sciolte o manchi meno di tre mesi al loro scioglimento.

    A questo punto Mattarella non potrebbe fare come il barone di Münchhausen e tirarsi su per i capelli per andare oltre il 3 febbraio. E d’altra parte la presidente Casellati non potrebbe spiegare a esterrefatti corazzieri che la supplenza le spetta di diritto. Né l’uno né l’altra potrebbero farsi giustizia da soli. Non resterebbe a uno dei due, non per sete di potere ma per amore della certezza del diritto, che sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato davanti a un Corte costituzionale presieduta dal 28 gennaio da quel Giuliano Amato guardate un po’ che bel caso che è uno dei candidati alla successione di Mattarella. Ma la Corte costituzionale deciderebbe solo dopo qualche settimana. Nel frattempo si riproporrebbe l’inquietante interrogativo.

    L’unica soluzione sarebbero le dimissioni di Mattarella il 2 febbraio e la supplenza della Casellati. Ma subito dopo le Camere dovrebbero scrivere questa pagina bianca della Costituzione. Perché l’incertezza del diritto non giova a nessuno.


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