“La politica deve difendere la cultura della vita. E il cristianesimo rimane nel Dna dell’Europa”

Set 1, 2021

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    La difesa della vita dal suo concepimento fino al termine naturale, le radici cristiane, la sfida per un cristiano in politica. Ed ancora la centralità dell’essere umano, l’attenzione al bene comune, la dignità del lavoro, l’ambiente e le sfide della Settimana Sociale che si terrà a ottobre a Taranto. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, interviene sul tema dell’identità cristiana sollevato dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e indica la rotta che un politico cristiano deve seguire: «Difendere la cultura della vita».

    Eminenza, grazie per aver accettato il confronto. Identità cristiana significa incarnare i valori non negoziabili. Quali sono e quanto è difficile testimoniarli nel proprio ambito di vita?

    «Al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore ha scritto San Giovanni della Croce. Per capire di quale amore si tratta bisognerebbe, per prima cosa, meditare sul capitolo 25 del Vangelo di Matteo. In particolare quando dice: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Questa è la concretezza del cristianesimo che non mette al centro un principio disincarnato ma Dio e la persona umana. Occorre perciò difendere sempre la cultura della vita, in ogni momento e in ogni luogo dell’esistenza: nei nascituri e nei bambini, nella scuola e nei luoghi di lavoro, nella malattia e nell’emarginazione sociale, nella famiglia e nella povertà, nella maturità e nella vecchiaia.

    Come è possibile vivere un’autentica identità cristiana nella società odierna?

    «Tenendo a mente due grandi insegnamenti. Il primo è di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus: Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il secondo è di Francesco nell’enciclica Fratelli tutti: Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna. In un tempo così complesso come il nostro siamo dunque chiamati a riconoscere sempre che siamo creature, e non creatori, e che il Vangelo è la nostra bussola».

    Benedetto Croce scrisse Perché non possiamo non dirci cristiani. Quanto è attuale questo affermazione?

    «Senza dubbio la nostra civiltà non può non dirsi cristiana. Ma non solo nel significato che ne ha dato Croce nel suo pamphlet. Paolo VI quando proclamò san Benedetto patrono d’Europa disse che il monaco di Norcia aveva unito il Vecchio Continente con la Croce, il libro e l’aratro. Oggi, ancor più di ieri, nel nostro mondo secolarizzato, è la Croce di Cristo ad illuminare il cuore, ad alimentare la testimonianza e a stimolare le opere. E infatti tanti credenti, nonostante l’individualismo e l’utilitarismo così diffuso, continuano a incarnare il Vangelo con semplicità e gioia. Basti pensare a tutti coloro che vivono felicemente una vita di contemplazione e preghiera; oppure alle donne e agli uomini che credono nel matrimonio cristiano e realizzano una famiglia con figli; e infine ai volontari che si donano completamente al servizio dei poveri».

    Dignità, libertà, identità sono i pilastri del liberalismo. Quale deve essere il senso che un cristiano attribuisce a questi valori in politica, nell’economia e nella dimensione sociale?

    «Sono valori importanti che il cristianesimo combina assieme ad altri due concetti fondamentali: la centralità della persona umana e il bene comune. Far riferimento alla persona, invece che all’individuo, significa enfatizzare la dimensione relazionale dei rapporti umani. L’altro che mi sta accanto, a scuola come a lavoro, non è una monade isolata ma è una persona che mi riguarda, che mi sta a cuore: I care. Allo stesso modo, parlare di bene comune significa avere come punto di vista non quello parziale di un ceto sociale o di una categoria produttiva, ma di una comunità di uomini e di donne nella sua interezza. Per questi motivi Papa Montini diceva che la politica è la più alta forma di carità».

    Il tema delle radici cristiane in Europa è ancora valido oggi?

    «Io penso proprio di sì, l’ho detto in più occasioni. Se però guardiamo al dibattito attuale questo tema sembra essere uscito dall’agenda pubblica. Eppure c’è un magistero pontificio ricchissimo sull’Europa: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco. Quando si lavorava alla stesura della Costituzione europea ci fu una grande discussione. Numerosi furono gli interventi di Giovanni Paolo II e, sebbene non si giunse a quel riconoscimento esplicito, per me fu chiaro allora, e lo rimane oggi, come nel Dna dell’Europa il contributo storico, culturale e spirituale del Cristianesimo sia palese. È ancora molto importante che i cristiani mostrino, con la loro testimonianza nella vita pubblica, che il Vangelo porta con sé valori positivi, universalmente validi, capaci d’innervare le società europee nel segno della solidarietà, della pace, della tutela della vita umana e nel rispetto di ogni persona».

    Quali le sfide su ambiente e lavoro in discussione alla Settimana Sociale?

    «La Settimana Sociale di Taranto che si celebrerà dal 21 al 24 ottobre rappresenta una tappa importante del cammino della Chiesa che è in Italia per offrire speranza a un Paese che sta cercando faticosamente di uscire dalla stagione del Covid. Grazie alla Laudato si di Papa Francesco è cresciuta in tutti la consapevolezza che ambiente e futuro devono essere coniugati nell’economia, nella politica e nella società. Il compito che Dio ha affidato all’uomo è quello di coltivare e custodire (Gen 2,15), ma come possiamo viverlo nell’Italia di oggi? Quali scelte e quali stili di vita siamo chiamati ad assumere? La Settimana Sociale sarà un momento sinodale di ascolto, discussione e proposta. Ci faremo aiutare dai giovani, che sono il nostro presente e possono offrirci un contributo significativo.

    Sul tema del lavoro qual è il messaggio della Chiesa nella società di oggi che porta ancora i segni del Covid?

    «La Chiesa condivide la preoccupazione di tante persone, in particolare dei giovani e delle donne che non trovano lavoro o sono costretti a cercarlo fuori dalle loro terre e dal nostro Paese. Vogliamo metterci in ascolto delle loro sofferenze e continuiamo a impegnarci perché cresca una cultura del lavoro e dell’impresa in Italia. L’investimento che la Conferenza episcopale italiana ha operato in questi anni con il Progetto Policoro va proprio in questa direzione. La formazione resta una via privilegiata anche per affrontare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro, senza dimenticare la solidarietà per chi è disoccupato, senza opportunità, in crisi economica. Creare reti comunitarie per dare lavoro è una sfida che possiamo giocare tutti insieme, Chiesa e società civile».


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