La presidenza come un papato

Set 1, 2021

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    Nella storia millenaria di Santa Romana Chiesa, su 264 Papi solo 46 hanno occupato il soglio di San Pietro più di 14 anni. Ebbene se, secondo l’auspicio del segretario del Pd Enrico Letta, Sergio Mattarella fosse confermato per la seconda volta capo dello Stato, la sua presidenza somiglierebbe ad un papato. Un accostamento singolare per una democrazia.

    Qualcuno obietterà che, da Clinton fino a Bush e Obama, diversi inquilini della Casa Bianca sono riusciti ad assicurarsi due mandati. Ma intanto 8 anni non sono 14 e, in ogni caso, c’è una differenza per nulla trascurabile: per restare in carica tutti loro sono stati eletti, quindi legittimati, per ben due volte dal popolo americano. Da noi, con l’elezione indiretta, invece, sono le due Camere con i grandi elettori delle Regioni ad eleggere il presidente, che ha quindi ben altro tipo di legittimazione; e a parte ciò Mattarella, scelto dalle Camere sette anni fa (in politica sono un secolo), dovrebbe essere confermato da un Parlamento quasi morente per svolgere il suo ruolo di garanzia sia per quello della prossima legislatura, sia per quello della successiva. Insomma, dovrebbe essere il garante di senatori e deputati per cui è un mezzo marziano.

    Certo si tratta solo di disquisizioni, ma che la questione sia fondata lo ha riconosciuto lo stesso Mattarella che appena sei mesi fa ha ricordato che Antonio Segni, quarto presidente della Repubblica, propose una norma che prevedeva «la non rieleggibilità immediata del capo dello Stato». Del resto il tema di una possibile rielezione fu affrontato anche nella Costituente, con Palmiro Togliatti che si pronunciò a favore, mentre Aldo Moro (padre politico dell’attuale capo dello Stato), molto dubbioso sull’argomento, propose di accantonarlo. Non se ne fece più niente, tant’è che Giorgio Napolitano nel 2013 ha potuto ottenere un secondo mandato, di fatto una mezza proroga visto che due anni dopo si dimise.

    Poi c’è un problema di opportunità politica. L’ipotesi della conferma di Mattarella, come quella di Napolitano, nasce dall’incapacità delle forze politiche di individuare un nome su cui convergere, per cui si mantiene lo status quo. Nei fatti è un’ammissione di impotenza e di debolezza. Ma è pure il risultato dei calcoli di questa o quella forza politica. Solo che mentre la rielezione di Napolitano all’epoca andava incontro alle esigenze di molti, quella di Mattarella oggi risponde solo ai bisogni di Letta e di un pezzo dei 5 stelle: il segretario del Pd, infatti, non ha un candidato vincente; non può andare su Mario Draghi perché c’è il rischio che, fuori l’attuale premier da Palazzo Chigi, si vada subito ad elezioni; per cui si salva solo con l’usato sicuro. Ma una classe politica che ha l’ambizione di ricostruire il Paese dopo la tragedia della pandemia può rifugiarsi nel passato?


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