La rete che coprì l’ex sindaco. E oggi insultano la destra

Ott 2, 2021

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    Parafrasando Giovanni Giolitti, per gli amici le sentenze si interpretano. E di amici Mimmo Lucano ne ha tanti, che hanno ammantato di buonismo comportamenti criminali, ingiustamente derubricati a «irregolarità», «leggerezze» ed «errori». È altrettanto fuorviante dire che è stato condannato per aver favorito l’immigrazione clandestina grazie ai matrimoni effettivamente combinati per aiutare donne straniere a restare in Italia, perché l’accusa è stata ritirata dai pm. Le carte dicono altro. Ci sono dei soldi pubblici finiti a delle coop che non ne avevano titolo. Non «trasgressione di regolamenti e pastoie» ma truffa aggravata allo Stato per 500mila euro, il falso ideologico in atto pubblico, il peculato e l’associazione a delinquere, la cui alchimia ha portato ai 13 anni e due mesi di condanna. Un verdetto reso plastico dalle indagini di Viminale e Guardia di Finanza nell’inchiesta Xenia, nome che evoca il cibo che consacra l’accoglienza del forestiero. Per molti il sistema Riace resta lodevole sotto il profilo umanitario finché non è saltato in aria. Non per i pm ma quando l’afflusso incontrollato di immigrati ha ingolosito gli appetiti del territorio, come peraltro ha ammesso ieri lo stesso Lucano in uno sfogo: «Mi chiedevano numeri altissimi per un piccolo borgo ai quali dicevo sì per la mia missione… Ma allora dovevano mettere insieme a me anche il Viminale e la Prefettura di Reggio Calabria perché San Lucano gli risolveva i problemi degli sbarchi».

    Di semplici «irregolarità amministrative» ciancia il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra nella sua patetica difesa su Facebook, visto che poi l’organismo che lui stesso presiede ne ha bollato come «impresentabile» la candidatura alle Regionali con l’ex pm Luigi de Magistris, accettata dai domiciliari con il pugno chiuso. Dal verdetto emerge un quadro che stride con l’immagine tratteggiata da Fiorella Mannoia del «moderno Don Chisciotte che ha continuato a battagliare contro i mulini a vento, senza tornaconto». Anzi, la condanna a Lucano diventa pretesto per accusare l’ex ministro Matteo Salvini di aver assediato Riace «con i suoi fetidi strali», come scrive Mario Capanna.

    Non fa onore neanche ai suoi giornalisti amici (molti dei quali ascoltati tra il 2016 e il 2017 nella rete delle intercettazioni a strascico ordinate dalla Procura e rivelate dal Domani lo scorso aprile) accostare questi spicci «ai 100 milioni rubati da Formigoni, che di anni ne ha presi solo 7», come ha fatto «l’inorridita» Milena Gabanelli. Perché una giornalista d’inchiesta non usa confondere le mele con le pere, vezzo più da pontefice dei social che da firma del Corriere.

    Appare altrettanto appannato persino il commento di Adriano Sofri che definisce «suicida» la sentenza letta dal presidente della Corte (e del Tribunale) Fulvio Accurso – e dire che di sentenze suicide Sofri ne conosce almeno una, perché lo ha temporaneamente salvato – solo perché dalle facce dei giudici «non traspariva un’amarezza, un disappunto». Avanti un altro nemico. Fino al verdetto Accurso era un eroe coraggioso che ha rifatto a sue spese il tribunale con «un restauro a costo zero per lo Stato» grazie a una colletta tra magistrati e lo sforzo gratuito di quattro giovani detenuti a fine pena. Da giovedì per i fan di Lucano è autore di una «fra le più luride sentenze di cui abbia memoria», come scrive su Twitter Sabina Guzzanti, una decisione «deliberatamente assurda per garantirsi l’annullamento nei gradi successivi». Accurso non è più una toga libera e senza condizionamenti di corrente, ma un magistrato spregiudicato che ha piegato la legge, dicono le solite malelingue, in nome di un indicibile e strampalato do ut des. E i trafficanti di uomini se la ridono.


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