La sardina Santori diventa organico del Pd

Ott 5, 2021

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    Oggi Mattia Santori sarà gaudente: il “marchio tossico” del Pd, quel partito di cui occupò la sede con tanto di tende a favor di telecamere, diventa ufficialmente il “suo” marchio. Per carità, s’era candidato da “indipendente”, ma si tratta di una definizione che vuol dire tutto o niente: perché o non credi nel partito, e l’autonomia allora sta lì solo come specchietto per le allodole-sardine; oppure è una mezza finta, e un pensierino a scalare i dem lo stai facendo davvero.

    Santori il più votato nel Pd

    Fatto sta che le sardine fanno finalmente il grande salto che per tanto tempo avevano smentito. Ricordate? Da quel novembre del 2019 quando il movimento prese vita per contrastare l’avanzata leghista in Emilia Romagna, i pesciolini sono cambiati. Dei tre leader iniziali ne è rimasto politicamente esposto solo uno. Dal mare delle piazze (a Bologna, in Piazza San Giovanni, a Bibbiano) sono passati a quello dei social, causa pandemia. Poi sono approdate nelle liste elettorali. E infine sui banchi dei Consigli comunali, almeno a Palazzo d’Accursio. Se prima si erano tenute “distanti” dai partiti, ora sono sbarcati “nel cuore” dei palazzi del potere. E non è robina da poco. Hai voglia a dire che non pensavi a una candidatura, che il movimento era solo uno strumento di pressione, un aggregatore di consenso contro la cavalcata leghista. La sardina in chief nel Pd c’è entrata come un rullo schiacciasassi: quando ieri sera erano state scrutinate 278 sezioni su 445, Santori contava già 1.623 preferenze risultando il più votato nel Pd. Davanti a lui pare ci sia solo l’altra giovane candidata di Coalizione Civica, Emily Clancy, con ben 2.234 voti. Piccola curiosità: Emily era sostenuta da Elly Schlein, vicepresidente dell’Emilia Romagna, già miss preferenze alle regionali, ed entrambe svettavano tra i “politici di riferimento” citati da Santori quando l’avventura delle sardine prese il largo.

    Questo potrebbe suonare come un campanello di allarme mica da niente per il Pd bolognese, nonostante il 36,5% conquistato alle urne. Il neo-sindaco Matteo Lepore ha allargato la coalizione come forse i maggiorenti locali del Pd avrebbero evitato: dopo le dure primarie contro Isabella Conti, la sinistra ha combattuto una sanguinosa battaglia interna che ha premiato l’ex assessore alla cultura della giunta Merola e l’oliata macchina da guerra piddina in terra bolognese. Ma l’analisi dei voti potrebbe nascondere delle insidie. Benché il segretario provinciale Luigi Tosiani rivendichi di “aver costruito qui la coalizione più larga d’Italia”, auspicata per il futuro anche da Enrico Letta, il fatto che i volti più votati della città siano “esterni” o “indipendenti” rispetto alla “ditta” non può certo essere un buon segnale.

    L’acqua delle sardine al mulino Pd

    Si conferma invece quello che molti sospettavano sin dall’inizio e che qualcuno aveva riassunto nella simpatica espressione “sotto il sardino, trovi il piddino”. L’ex leader dei pesciolini in Basilicata, Vincenzo Petrone, in tempi non sospetti ebbe a dire che la “santificazione di Santori” serviva “a portare i voti al Pd”. Un modo per strappare consenso al Movimento Cinque Stelle ormai “moribondo” e traghettare le schede, via sardine, direttamente nelle casse elettorali dem. Considerando che i grillini sotto le Due Torri si sono fermati al 3,37%, potremmo dire che l’operazione sia riuscita in pieno.

    “Ringrazio il Pd bolognese per avermi accolto e dato la possibilità di fare un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo”, dice Santori agli esponenti del fu “marchio tossico”. Il primo discorso da consigliere è sulla falsa riga di sempre. Tira in mezzo Salvini e Meloni che avrebbero “perso” il “rapporto tra politica e cittadini” e che ora si “leccano le ferite”. Sostiene di aver “dimostrato” che “la generosità vince sull’aggressività, che la politica fatta silenziosamente per strada vince su quella sbraitata su Facebook”. E si mostra sorridente. È comprensibile. Ma a ben vedere il primo obiettivo delle sardine è stato disatteso, e non di poco: dicevano di voler “avvicinare la gente alla politica”? Beh, con l’affluenza al 51,2%, cioè 15,8 punti percentuali in meno rispetto alla media della regione Emilia-Romagna degli ultimi cinque anni, non si può certo dire che abbiano raggiunto un buon risultato.


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