La scomparsa di Debenedetti, maestro del racconto

Ott 5, 2021

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    Il libro più bello, intenso e limpido di Antonio Debenedetti, critico e scrittore scomparso a 84 anni domenica notte, capace di contenere e dare una misura alla ragione e al sentimento è ”Giacomino”, in cui riesce, dopo la sua morte, a fare finalmente i conti con l’ingombrante figura del padre, il grande studioso di letteratura Giacomo Debenedetti, con cui aveva avuto un rapporto ambivalente e profondo, assieme raccontando quella società culturale e letteraria che frequentava la sua casa negli anni della guerra e delle persecuzioni raziali (è del padre il celebre ”16 ottobre 1943” sulla razzia degli ebrei dal ghetto di Roma) e poi della vivacità del dopoguerra a Roma. Così quel racconto personalissimo ma che sapeva trovare il tono per diventare più esemplare diventa un po’ il perno dell’avventura umana e letteraria di Antonio che comincia a scrivere a fine anni ’60, quando oramai tutto è già cambiato. Il ritratto di ”Monsieur Kitsch”, uno dei suoi primi racconti, attraverso il personaggio di Metello Rulli ”romano come un abbacchio” che ”si vantava uomo di spettacolo”, espone al ridicolo tutta una certa volgarità e modo d’essere romano che era il contrario del mondo in cui si era formato lo scrittore, nato a Torino il 12 giugno 1937, della finezza con cui leggeva i libri degli altri e lo stile curato, studiato, ricercato della sua rigorosissima scrittura, che, come dimostra la raccolta di una vita ”Racconti naturali e straordinari” pubblicato nei Classici Bompiani nel 2017, ne fa un maestro della narrazione breve, quella che in un particolare, in un momento, raccoglie un’aria generale, il senso di una vita.
        Questo non toglie che Debenedetti si sia anche misurato col romanzo, da ”In assenza del signor Plot” a ”La fine di un addio”, ”Se la vita non è vita” (Premio Viareggio 1991) e ”Un giovedì, dopo le cinque” (finalista Premio Strega 2000). Nella prefazione di Cesare De Michelis alla raccolta si legge che Debenedetti è ”scrittore moralista che guarda al disfarsi della società cui appartiene per storia, società e cultura, con disincanto e dissimulato disgusto, ma in cuor suo conserva la nostalgia vivida di un ordine infranto”. E se il kitsch del mondo di fine anni ’60 dava la misura dell’involgarimento della vita borghese, questa nel nuovo millennio, nei racconti de ”Il tempo degli angeli e degli assassini” è ritratta come altra e persa, oramai incapace di qualsiasi cambiamento, il cui orrore quotidiano è esploso in frammenti che è oramai difficile collegare per ottenere un disegno accettabile, o avere una qualche speranza. E anche il suo stile, da un gioco più barocco con echi gaddiani passerà a una ricerca di limpidezza e di un tono asciutto, elegante e insinuante, sempre con attenzione al grottesco e al paradossale quotidiano, con uno sguardo velatamente ironico. Una Roma per molti versi moraviana, ma vista con una partecipazione, una comprensione di chi sa di farne alla fine comunque parte, anche nel momento in cui cerca di osservarla dall’esterno, con occhio ironico che giudica, dapprima con indignata ma divertita accondiscendenza, poi col passare degli anni in maniera sempre più implacabile. E’ proprio il percorso di un paese che passa dall’illusione che comunque si stia vivendo un qualche cambiamento che si lascerà alla spalle una certa realtà e, vi via, la disillusione sempre più cocente, che indigna e deprime. Del resto si tratta di uno scrittore che da bambino e ragazzo riceveva aiuto per i suoi studi e compiti dagli amici del padre in visita quotidiana, a cominciare da Giorgio Caproni, cui seguivano tutti gli intellettuali e scrittori romani di quegli anni fervidi e che si ritrovavano anche in altri salotti, come quello dei Bellonci. Si poteva parlare allora di società letteraria, andata poi via via disgregandosi, dissolvendosi scivolando lungo una china inarrestabile come non avvedendosene.
        Che è poi il destino dei suoi personaggi, la cui vita scivola via in una discesa senza ritorno, uomini senza qualità, più maschere che sentimenti, che non hanno attenuanti e per questo, per questa loro illusione di vita che tale non è, fanno forse un po’ pietà e un po’ rabbia. Accanto a questa attività di scrittore, con non meno attenzione alla scrittura, Debenedetti è stato critico letterario e giornalista culturale, redattore del Corriere della Sera sino alla pensione e poi collaboratore, oltre che conduttore garbato e intelligente, mai noioso o pedante in programmi tv tra memoria e sguardo critico, ”disertore inveterato della prassi” come il suo Signor Plot dell’esordio narrativo, ”purtroppo avvezzo a separare il concreto dall’astratto, privilegiando disgraziatamente quest’ultimo”.
        (ANSA).
       


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