La sinistra boicotta il quorum e mobilita i suoi giornali

Giu 12, 2022

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    La campagna referendaria per spiegare e promuovere i cinque quesiti sulla giustizia c’è stata, ma quasi nessuno se ne è accorto.

    La metà abbondante degli elettori non sa neppure che ci siano i referendum, figurarsi se ne conosce i contenuti. E, del resto, che sulle consultazioni sia scesa una sorta di mannaia informativa, a cominciare dal presunto servizio pubblico Rai, hanno provato a denunciarlo in molti, in queste settimane: i promotori, Radicali e Lega, che con Roberto Calderoli e Irene Testa hanno intrapreso – nel più classico solco pannelliano – uno sciopero della fame, ma anche esponenti di altri partiti schierati per il sì come Matteo Renzi: «Addirittura il servizio pubblico ha trasmesso un invito all’astensione, mascherato dentro gli interventi comici nelle trasmissioni Rai più seguite», accusa. Persino un fan delle manette come l’ex pm e ex sindaco De Magistris, che si definisce «vittima della legge Severino», ammette che sui referendum c’è stato «un eccesso di silenziatore».

    A promuovere attivamente il fallimento causa mancato quorum scende in campo l’ex giornale-partito del centrosinistra Repubblica, che si schiera «per il no o per l’astensione» rispolverando tutto l’armamentario delle argomentazioni giustizialiste d’antan: la legge Severino? Ha espulso Berlusconi dal Senato, ergo deve restare. La separazione delle carriere? Sarebbe la «premessa per sottomettere i pm all’esecutivo», e se l’esecutivo fosse di centrodestra sarebbe «un incubo». Sulle stesse posizioni pro-astensione (e pro pm militanti) si schiera anche il quotidiano nato dalla micro-scissione anti-Repubblica di Carlo De Benedetti, ossia il Domani.

    Gaia Tortora, la giornalista di La7 figlia di Enzo, è durissima: «Repubblica terrorizza» gli elettori «con tesi catastrofiche: un buon motivo per andare a votare. Il sì, anche senza quorum, sarà un segnale». Ma anche dal Pd si levano critiche: «Repubblica vuol rassicurare il suo vecchio mondo di riferimento – dice Stefano Ceccanti, secondo il quale è «fondamentale una riforma del quorum referendario: il sistema deve spingere al confronto chiaro sul merito, senza l’automatica annessione degli astensionisti al fronte del no». Per l’ex capogruppo Andrea Marcucci è «originale» che «un quotidiano espliciti in questo modo» la sua posizione sui referendum. Ma «soffiare sul fuoco dell’astensione non farà il gioco dei partiti e neppure quello degli editori. Io credo, a differenza di Repubblica, che oggi sia importante votare. Anche per aiutare il Parlamento a darsi una mossa sulla giustizia». È un avvertimento rivolto anche al Pd, che fin dall’inizio ha puntato sull’astensione per disinnescare un tema assai divisivo a sinistra. Un messaggio che rischia però di essere un boomerang per lo stesso partito di Enrico Letta, che ora teme la diserzione delle urne: i dem puntano ad uscire dal voto amministrativo con il bollino da primo partito italiano. Negli ultimi giorni, però, gli stessi sondaggi che condannano il quorum per i referendum hanno messo in allarme il Nazareno. Che vede il rischio che una parte di elettorato di centrodestra sia incentivato ad andare ai seggi proprio per votare sì, e che un effetto contrario possa colpire quello di centrosinistra, martellato da messaggi pro-astensione.


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