• La sinistra ci riporta nel buio degli anni ’70

    Condividi l'articolo

    Nei comizi dei leader e nelle piazze è tornata la caccia al fascista. Cantano Bella ciao. Sventolano la bandiera dell’antifascismo e picchiano duro sulla Fiamma. La vogliono spegnere, disperderne le braci. Ritirano fuori il diritto all’aborto, fanno credere che la democrazia sia in pericolo. A furia di alzare i toni, di gettare fango, di delegittimare, di insultare, riappare anche l’odio brigatista. La stella a cinque punte, la violenza fisica, le minacce di morte. Nel loro immaginario l’avversario va sempre eliminato. E non politicamente. Fisicamente. E così dalle lettere minatorie sono già passati ai raid squadristi. Le piazze sono di nuovo infuocate. “Vi appenderemo tutti”, promettono. I gazebo vengono distrutti, i militanti spintonati, gettati a terra. Cercano lo scontro, lo vogliono, lo estremizzano. Loro, gli antagonisti, gli anarchici, i centri sociali, simili (per gli slogan che urlano, i vestiti che indossano e i disdicevoli raid che ordiscono) ai compagni che sbagliano. E dietro di loro i leader di partito e i politici simili (per le parole d’ordine che lanciano alla piazza e i fantasmi che evocano nei discorsi) ai cattivi maestri. È il clima di terrore degli Anni di Piombo. Solo che siamo nel 2022 e speravamo di essercelo lasciato alle spalle, di averlo consegnato alla Storia.

    Ieri sera, a Palermo, alcune decine di contestatori ci hanno riportato proprio lì, agli anni Settanta. Stessi slogan. “Sul mio corpo decido io”. Stesse cariche di alleggerimento. I poliziotti in tenuta antisommossa hanno respinto i manifestanti che puntavano a raggiungere il comizio in piazza Politeama. C’era la Meloni a parlare. Volevano metterla a tacere. Qualche settimana fa, a Cagliari, un giovane era riuscito a raggiungere il palco. Faccia a faccia con la leader di Fratelli d’Italia. Botta e risposta serrato, nessuna conseguenza. Ieri sera gli agenti sono riusciti a fermarli prima. Palermo e Cagliari non possono essere derubricati come casi isolati. Nelle ultime settimane abbiamo assistito una vera e propria escalation. E non è solo Fratelli d’Italia a farne le spese. Anche Forza Italia e la Lega sono finite nel mirino della sinistra extra parlamentare.

    Per il momento non si è registrato alcun ferito ma tra le fila del centrodestra sono in molti a chiedersi perché il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese non stia muovendo un dito per garantire la sicurezza. Le avvisaglie di un eccessivo avvelenamento del clima ci sono tutte. La scorsa settimana, a Mestre, sono apparse la scritta “Meloni come Moro” e la stella a cinque punte sui manifesti elettorali di Fratelli d’Italia. “Quando esponenti politici e delle istituzioni usano parole come ‘dovranno sputare sangue’ contro i propri avversari – è stato il commento della Meloni – poi qualcuno può prenderli in parola”. A invocare il sangue, tra gli applausi di Enrico Letta, è stato il governatore della Puglia Michele Emiliano. Parole sconsiderate, arrivate qualche giorno dopo la lettera intimidatoria delle nuove Brigate rosse di Trento. “È evidente che a queste persone la storia non ha insegnato nulla – si legge – Piazzale Loreto non ha insegnato nulla. I nuovi Gap (gruppi di azione patriottica, ndr) sono pronti a intervenire e silenziare i nuovi fascisti”.

    Nonostante le minacce, nonostante i gazebo presi d’assalto e i militanti presi di mira, i toni della campagna elettorale non si abbassano. Nemmeno in tivù. Rai 3 ancora TeleKabul. Oggi come negli anni Settanta. Un film già visto. E, come negli anni Settanta, dopo aver brandito la bandiera dell’antifascismo, la sinistra riporta in piazza le istanze del diritto all’aborto. “Lo difenderemo coi denti”, ha promesso Letta montando una polemica inesistente. Nessuno all’interno del centrodestra lo ha mai messo in discussione. Ma al segretario dem serve a infiammare i suoi. Solo che a continuare ad infiammarli e a fargli credere che se arrivano le destre torna la dittatura, finisce per farli bruciare d’odio. E l’odio porta sempre alla violenza.


    Fonte originale: Leggi ora la fonte