La sinistra copia la cancel culture americana: così azzanna le nostre libertà

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La sinistra è stata, o meglio, si è considerata, per decenni come protettrice delle libertà personali, da quella di pensiero a quella di parola. In realtà non è mai davvero stato così, come insegna la storia e come insegna la morte di Sergio Ramelli, avvenuta nel 1975. Erano gli Anni di Piombo e Milano era una trincea, ben lontana dall’avere la patina radical chic di oggi, ma Ramelli non è morto durante uno dei tanti scontri tra “sanbabilini”. È stato assalito da un gruppo di Avanguardia operaia mentre rientrava a casa da scuola, colpito più e più volte al capo dalle chiavi inglesi di cui gli aggressori erano armati. È morto per aver espresso le sue idee in un tema scolastico, in cui condannava le Br e il mondo politico per non aver espresso cordoglio davanti alla morte di due esponenti del MSI, uccisi durante l’assalto alla sede di Padova del partito nel 1974. Un omicidio del quale la sinistra italiana non si è ancora ravveduta, impegnata oggi più che mai nella cancel culture.

La cancel culture in America nel racconto di Ricolfi

Dagli anni Settanta è passato molto tempo, tanto da far dimenticare a molti certi fatti. Nel suo commento al nuovo libro di Luca Ricolfi, “La mutazione”, pubblicato da Dagospia, Giampiero Mughini spiega che l’autore, nel capitolo centrale, “documenta come la difesa anti censoria delle libertà di pensiero e d’arte che in Italia e altrove era stata una prerogativa particolarissima della sinistra viene adesso smentita e arrovesciata dagli stilemi su cui è fondata la cancel culture, e seppure in Italia non siamo agli orrori di cui questo atteggiamento si è macchiato negli Usa (e non solo)“.

In nome della cancel culture, spiega Ricolfi nel suo libro, dal 2015 ci sono state 200 richieste di “disinvitation”, ossia cancellazione dell’invito, di cui 101 andate a segno. Gli studenti americani cercano in tutti i modi di impedire a chi non ha uno pensiero a loro allineato di esporre le sue idee, non solo mediante le formali richieste alle università di non fornire il palco per i seminari (no platforming) ma anche attraverso azioni di disturbo, bloccando le porte d’ingresso alle sale preposte e facendo rumore con ogni mezzo disponibile per impedire ai presenti ai seminari di ascoltare quanto esposto dai relatori.

L’emulazione italiana della sinistra esterofila contro le libertà

In Italia, come suggerisce Giampiero Mughini, “non siamo agli orrori” americani, ma non per questo la situazione nel nostro Paese risulta essere meno grave, perché di scempi, anche in Italia, ne sono piene le cronache. Basta fare un passo indietro di meno di un mese per trovarsi agli scontri all’università La Sapienza di Roma, dove un gruppo di studenti di natura comunista ha cercato di bloccare un seminario organizzato da Azione universitaria con ospiti il giornalista Daniele Capezzone e un deputato di Fratelli d’Italia. Per impedire il blocco del seminario e garantire la libertà di pensiero sono intervenute le forze dell’ordine, che hanno fatto cordone per impedire l’assalto. Ne sono scaturiti disordini con gli studenti, che hanno comunque cercato di forzare il blocco per impedire l’incontro. Il motivo? Era organizzato da un’associazione di destra, con ospiti di area non sinistra. Qualcosa di simile è accaduto nel 2019 all’università di Trento a Fausto Biloslavo, messo nel mirino dai collettivi di sinistra, che hanno cercato di evitare il seminario del giornalista, causando anche scontri con chi ha cercato di difenderlo.

E che dire, poi, dell’occupazione del liceo Manzoni di Milano all’indomani della vittoria del centrodestra, e di Fratelli d’Italia, delle elezioni del 25 settembre? Una piena manifestazione contro la democrazia, che ha consegnato a Giorgia Meloni, tramite il voto degli italiani, la guida dell’esecutivo e quindi del Paese. Nelle scuole italiane si è tornati a una radicalizzazione politica che non si vedeva da anni, con preoccupanti derive estremiste fomentate da ambienti che hanno tutto l’interesse a trasformare il giusto dissenso politico in scontro. Niente di diverso rispetto a quello che è stato alla base degli Anni di Piombo e delle lotte studentesche degli anni Settanta.

Senza dimenticare, nell’ambito della cancel culture, l’assalto alla statua di Indro Montanelli nel giardino di Milano a lui dedicato. Un paio di anni fa, era il 2020, ignoti hanno macchiato la statua raffigurante lo scrittore, giornalista e fondatore de il Giornale con la vernice. Uno sfregio che si è ripetuto in due occasioni, con le stesse modalità, adducendo il dissenso con uno dei più grandi pensatori del Novecento italiano. Che dire, poi, della cancel culture d’antan, quando nel 2015 Laura Boldrini propose l’eliminazione della scritta “Dux” dall’obelisco del Foro Italico. Un’idea che, fortunatamente, è rimasta lettera morta. Perché la storia si impara, sulla storia si discute, ma la storia non si cancella.


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