• La sinistra va in piazza ma non sa bene perché. E alla fine marcia divisa

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    Marciare divisi per colpire divisi: le opposizioni politiche e sociali vanno in ordine sparso alla pugna contro la prima manovra targata governo Meloni.

    A dirla tutta, Pd, Cinque Stelle, Cgil etc. avevano sperato in qualcosa di meglio: una sfida sovranista e identitaria, uno scontro acceso con la Ue, una drastica accelerazione su temi di riferimento della destra: flat tax, autonomia, reddito di cittadinanza e via dicendo. Invece, niente: la manovra è tutto sommato modesta e moderata, in buona parte in linea con quanto lasciato pronto da Mario Draghi e con le indicazioni di Bruxelles, e per il resto disseminata di piccoli omaggi a pioggia a svariate costituency del centrodestra. Le scelte potenzialmente divisive sono tutte rinviate a tempi migliori, e questo bagna le polveri degli oppositori che vorrebbero guidare il popolo alla lotta.

    Così, alla fine, ci saranno tre piazze di protesta diverse, su temi diversi, nessuno dei quali particolarmente dirompente. Conte agita la muleta del sacro Reddito, al grido di «volete affamarci», ma i tagli sono tutti coniugati al futuro, forse. Mentre il Terzo Polo di Renzi e Calenda sceglie la via dell’opposizione parlamentare e «sui fatti e i numeri», anziché sui richiami alla piazza.

    La Cgil si arrovella e ancora non ha deciso come muoversi, ritrovandosi spiazzata dagli annunci di mobilitazione di Pd e M5s. «Punteremo sui pochi soldi per le bollette -dicono dai piani alti di Corso d’Italia – e siamo pronti allo sciopero anche senza Cisl». E la Uil? «Ancora non si sa», ma si spera che si allinei come di consueto. Poi, si spiega, nella piattaforma si ficcheranno dentro anche pensioni (lo Spi preme), salario minimo (il Pd insiste), Rdc (Conte spinge), per provare a tenere tutto insieme, ovviamente sotto le proprie bandiere. In verità, a sera, dalla medesima Cgil già ridimensionano il tutto: ci sarà grande «mobilitazione» e anche «scioperi territoriali», ma nulla di più al momento. Un pro-forma, insomma. Intanto Conte da una parte e il Pd dall’altra, con Letta ma anche Andrea Orlando, Giuseppe Provenzano etc, tempestano di telefonate il sindacato per tentare di convincere il tentennante Landini a organizzare un’unica manifestazione nazionale, per evitare di ritrovarsi senza truppe cammellate e pullman organizzati. Per ora invano: la Cisl si oppone, e la Cgil ripiega sul mantra «solo scioperi territoriali». Un pasticcio.

    Ieri il Pd ha riunito la propria Direzione. In ballo c’era l’organizzazione del congresso, la contesa (per ora assai sottotono) per la leadership del partito, la costituzione di un pletorico «comitato costituente» destinato a scrivere una «carta dei valori del nuovo Pd», che serve più che altro a mimetizzare il rientro all’ovile delle pecorelle smarrite di Bersani&D’Alema. Con Letta che da un lato rimpinza il comitatone congressuale di esponenti della sinistra e di cattopacifisti, e dall’altra rivendica accoratamente la linea pro-Ucraina tenuta dal Pd, ma ormai in via di disintegrazione: «Siamo stati dalla parte giusta della storia». Ma c’era anche la presentazione della «contro-manovra» targata dem su cui costruire la propria mobilitazione sociale.

    La finanziaria targata Meloni è «inadeguata e iniqua», e non risponde alle esigenze di un paese «in bilico sulla recessione», dice Letta, lanciando la manifestazione del 17 a Roma: «Alzeremo le bandiere sulle grandi questioni sociali: inflazione, caro vita, cuneo fiscale e salario minimo». Che, aggiunge puntando l’indice contro Conte, «stava per arrivare all’ultimo miglio» e sarebbe stato approvato, se il capo di M5s non avesse fatto cadere Draghi.


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