‘La vita agra’ di Bianciardi 50 anni dopo

Nov 12, 2021

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     Due anni dopo il successo del film ”La dolce vita” di Fellini esce nel 1962 un romanzo, ”La vita agra”, che sin dal titolo pare essere una sorta di replica, di rilettura di quegli anni dell’Italia del boom con un occhio più critico e causticamente realistico, che al di là di questo suo piccolo capolavoro sarà il segno di tutta la produzione di Luciano Bianciardi, di cui il 14 novembre sono 50 anni dalla morte nel 1971, a meno di cinquanta anni, e l’anno prossimo saranno i cento dalla nascita nel 1922. Racconto dal fondo autobiografico tra incomunicabilità e assurdo, non come dati metafisici o psicologici, ma come dato realistico del rapporto con una società e un mondo della produzione, culturale e non, falso, sbagliato, malato nel suo arrivismo e consumismo alienante, tanto che ci fu chi lesse poi queste pagine di profonda insofferenza quasi come un presagio delle contestazioni del Sessantotto. Le descrizioni del mondo del lavoro in questa ”vita agra”, con le segretarie onnipotenti che dicono ”il suo nome prìgo” o ”le mie lettere dottàre”, con le loro vocali aperte o distorte, rivelando la situazione generale attraverso il deteriorarsi, l’ammalarsi delle parole, in un mondo in cui ”tutti si somigliano” e sembrano far parte di una folla indistinta, compatta, quasi nemica. Viene così fuori, anche con un’ironia corrosiva sarcastica, tutto l’isolamento di un intellettuale che, rifiutando l’integrazione, viene spinto ai margini e sceglie l’indipendenza, lavorando come traduttore, ossessionato dall’ostilità del mondo e assillato dal non riuscire a concludere il numero di pagine quotidiane che gli assicurano la sopravvivenza. La storia, che si conclude con la speranza che prima o poi le persone imparino ”a non farsi nascere bisogni nuovi, anzi a rinunciare a quelli che ha”, era iniziata col protagonista, giovane anarchico toscano, che parte per Milano, dove sarà criticato da militanti comunisti e deluso dagli operai poco inclini all’impegno, e dove era arrivato con l’intenzione di far saltare in aria i ”torracchioni di vetro” dell’industria proprietaria delle miniere in cui, per inosservanza delle più elementari norme di sicurezza, erano morti 43 suoi compaesani.
        ”La vita agra” si rivela così il racconto centrale di grande quadro composto da una serie di altri lavori d’inchiesta e narrativi, da ”I minatori della Maremma”, indagine e denuncia di situazioni di sfruttamento condotta e firmata con Carlo Cassola a metà anni Cinquanta, all’amaro e ironico pamphlet su ”Il lavoro culturale” che nasce dalla sua difficoltosa esperienza alla Feltrinelli; da ”L’integrazione” del 1959 che è un po’, con la storia dei fratelli Bianchi nel mondo dell’editoria e la crisi degli intellettuali comunisti per i fatti d’Ungheria di tre anni prima, un racconto preparatorio del grande romanzo, sino a ”Aprire il fuoco”, caustico e malinconicamente surreale gioco tra passato e presente, con le Cinque giornate di Milano del 1948 ambientate invece nel 1959 con Carlo Cattaneo sulle barricate assieme a Enzo Jannacci, sino al fallimento della rivolta col ritorno degli Austriaci, e l’io narrante in esilio a Nesci in attesa di un segnale che ridia vita alla rivolta, pronto ad aprire il fuoco.
        Anarchico, più per toscanaccio carattere che per ideologia, Luciano Bianciardi, oggi tra i tanti autori essenziali eppure dimenticati del secondo Novecento che sono alla radice dei giovani scrittori odierni, non ebbe vita facile, sempre assillato dal lavoro, traduzioni e collaborazioni con i giornali, dopo essere stato licenziato nel ’56 dalla Feltrinelli, e solo il successo de ”La vita agra” gli dette un po’ di sollievo economico, grazie anche alla trasposizione cinematografica firmata da Lizzani con Tognazzi protagonista, pur lasciandolo sempre critico e convinto che il sistema vincesse sempre: ”finirà che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così – cioè male. Ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo fare l’ho fatto e non è servito a niente”. Nato a Grosseto il 14 dicembre del 1922, si laureò in Filosofia alla Normale di Pisa e fu arruolato nel ’43 e mandato al Sud, dove poi si unì agli Alleati come interprete. Tornato a casa, aderisce al partito d’Azione, insegna al liceo e poi diventa direttore della biblioteca Chellina di Grosseto e nel ’48 si sposa con Adria Belardi, da cui avrà tre figli. Dopo la faticata e deludente esperienza milanese si ritirò a vivere e lavorare a Sant’Anna di Rapallo, dal ’64, quando uscì uno dei suoi libri storici risorgimentali e legati all’epopea garibaldina: il saggio ”Da Quarto a Torino”, il romanzo ”La battaglia soda” e poi ”Daghela avanti un passo!”. Nel 1970 tornò a Milano, ma la sua dipendenza dall’alcol, ormai grave, lo condusse rapidamente alla fine. Grosseto ospita oggi il fondo Bianciardi, raccolta di materiale documentario realizzata dalla Fondazione omonima, nata nel 1993. (ANSA).
       


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