• “L’allarme carburanti? Un errore lo stop al taglio delle accise”

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    Eliminare lo sconto sulle accise è stata una mossa le cui conseguenze il governo non ha valutato pienamente. Il ribasso delle quotazioni del greggio è stato, infatti, «mangiato» dai rincari dei costi di produzione e così l’effetto negativo si è scaricato sui consumatori. Una mossa sbagliata? Secondo Gianclaudio Torlizzi, esperto di materie prime e fondatore della società di consulenza indipendente T-Commodity, il ciclo macroeconomico volge al peggio anche se la responsabilità maggiore è della Commissione Ue che ha abbandonato ogni Paese al proprio destino.

    Dottor Torlizzi, questo rigore rischia di costarci di più?

    «In teoria, l’optimum sarebbe stato che l’azione venisse coordinata con altri Paesi europei ma l’ordine sparso con cui si sta procedendo denota un vulnus perché la Commissione Ue se ne è lavata le mani. Quello che è accaduto ha colto di sorpresa il governo, perché riteneva che il calo del prezzo del Brent, tornato a 80 dollari al barile, fosse sufficiente a ripristinare le accise, compensate dal ribasso delle quotazioni».

    Quali sono state le valutazioni sbagliate?

    «Dove il governo non ha sufficientemente posto attenzione sono i colli di bottiglia della raffinazione e gli effetti dell’embargo sul petrolio russo dal 5 dicembre. Così rischia di esser fuorviante concentrare le azioni su misure speculative dei distributori quando le criticità sono a monte, sui colli di bottiglia della raffinazione e sugli effetti legati all’embargo russo».

    Qual è lo scenario nel breve termine?

    «Le tensioni strutturali sull’offerta sono destinate a acuirsi ulteriormente sia per via dell’embargo sui prodotti raffinati russi dal 5 febbraio sia perché il 2023 la Cina e l’Asia torneranno sui mercati mondiali e determineranno un aumento della domanda. Non credo che colga il senso della questione concentrarsi sulla speculazione».

    Lo sconto sulle accise costava un miliardo al mese ma anche in altri Paesi ci sono misure di sostegno.

    «La Germania ha messo in condizione le imprese di beneficiare di gas a prezzi calmierati e c’è un orientamento di fondo di tutti i Paesi europei a sostenere la propria domanda interna. Questo fa sì che un allentamento dei consumi dell’Italia non sia sufficiente per poter incidere sui prezzi».

    Interventi pro-domanda in senso anticiclico sarebbero stati opportuni?

    «Sì. Ma questa situazione è stata creata dall’approccio pilatesco di Bruxelles che lascia a ogni Paese le azioni di contrasto in base al rispettivo spazio di bilancio. È probabile che l’intento del governo non sia stato quello di provocare danni ma di utilizzare quei risparmi in altri ambiti. Il problema, però, nasce dal fatto che abbiamo una coperta molto corta e l’Europa non si sta muovendo».

    Come prevede lo scenario macroeconomico?

    «Credo che il comparto energetico rimanga all’interno di un ciclo rialzista per due motivi: il dover fare a meno del gas e del petrolio russi e poi per le politiche climatiche che hanno un ruolo enorme nell’amplificare le tensioni sul lato dell’offerta perché disincentivano le grandi imprese energetiche imprese a nuovi investimenti nell’aumento della capacità produttiva, che è l’unico antidoto per abbassare i prezzi. Inoltre la Bce sta adottando una politica più restrittiva del necessario impedendo ai governi di investire. È qui che il governo italiano dovrebbe premere su Bruxelles».


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