L’altolà di Giorgetti. “Ogni spesa in più dev’essere coperta”. Sponda del premier all’uomo dei conti

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E a un certo punto della riunione con il governo, incassato il millesimo no, un capogruppo è sbottato. «Ma quello chi si crede di essere, Super Mario?». No, non era Draghi, era il molto draghiano Giancarlo Giorgetti, nella parte per lui insolita del poliziotto cattivo. Toccava a lui frenare gli eccessi e spiegare che i soldi per i miracoli mancano. «Ogni spesa in più deve essere coperta», ha ripetuto più volte il ministro dell’Economia, coperto da Giorgia Meloni. Alla fine quella venuta fuori è una Finanziaria prudente, attenta ai conti, rassicurante nei confronti dell’Europa e dei mercati. Una manovra draghiana, appunto. Il Quirinale apprezza.

«Una legge di bilancio coraggiosa e con precise decisioni politiche», sostiene adesso la premier, anche se il grosso dei provvedimenti, più di 21 miliardi, è dedicato al caro bollette e all’energia e ricalca le misure prese dall’esecutivo precedente. La discontinuità può attendere. C’è poco spazio per gli interventi-simbolo, per le scelte forti: le più significative riguardano il tentativo di degrillinazzare l’Italia, con il ridimensionamento progressivo del reddito di cittadinanza e la revisione dei superbonus. Il cuneo fiscale è invece un preciso segnale di attenzione verso i lavoratori e le imprese: il taglio non solo è stato confermato ma portato dal due al tre per cento per i redditi fino a 20 mila euro. «Al di là delle bollette – dice la premier – è la misura più costosa che abbiamo preso».

C’è stata battaglia su pensioni, condoni, riduzione delle accise. Forza Italia si aspettava di più sugli assegni minimi di quiescenza, la Lega premeva per tagliare il costo della benzina, «Un confronto accesso», raccontano, durante il vertice preparatorio. La Meloni, spalleggiata da Giorgetti, Fitto e Fazzolari, ha avuto il suo bel da fare per contenere le richieste di Matteo Salvini. «Dobbiamo concentrare le risorse, non possiamo sgarrare». Il braccio di ferro è stato piuttosto lungo e ha fatto slittare a tarda ora il Consiglio dei ministri. Alla fine tutti felici, pure il leader della Lega. L’Iva sul pane e il latte è rimasta, la plastic e la sugar tax sono state rinviate di un anno, per altri provvedimenti di bandiera si spera in tempi migliori, ma va bene lo stesso. «Siamo soddisfatti della manovra».

E anche Giorgetti parla di coraggio. «Presentando il Nadef avevamo indicato una linea prudente, responsabile e sostenibile, credo che l’abbiamo dimostrato. Quando si ha il fegato di prendere delle decisioni anche impopolari è un fatto importante». Il ministro dell’Economia ha tenuto duro, l’assalto alla diligenza è sfumato. «Presentiamo la legge di bilancio in modo orgoglioso agli italiani e a tutti i risparmiatori che continuano ad aver fiducia nel nostro Paese. Voglio ricordare il successo del Btp Italia».

Adesso Palazzo Chigi si prepara «al confronto in Parlamento» e aspetta le reazioni dell’Unione europea. Il viaggio a Bruxelles una decina di giorni fa è servito a farsi conoscere e ad annusare l’aria. Il dialogo con la Ue è «costante» e passa spesso attraverso Paolo Gentiloni, commissario all’Economia, con il quale «nel comune interesse nazionale» la Meloni ha stabilito un rapporto definito «cordiale e costruttivo». Una mano l’ha data con discrezione anche Sergio Mattarella, nel corso dei suoi contatti, insieme a diversi consigli. Il più importante, quello che Giorgia ha seguito di più, è forse l’invito a lavorare in silenzio. La Meloni ha lasciato che sui giornali e sulle tv si scatenasse una manovra di annunci, mentre lei era impegnata senza clamore alla ricerca di onorevoli compromessi. Il risultato è una Finanziaria poco rivoluzionaria, basata sui numeri e non sulle promesse elettorali. Spread, rating e tassi non sono parolacce.


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