L’altro tetto di cristallo mandato in frantumi: l’unica premier donna dai grandi della Terra con la piccola Ginevra

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C’era un solo modo per essere «ancora di più». Ancora più dell’unica donna presidente del Consiglio seduta al tavolo del G20 con i grandi della terra. Esserci da madre. E lei si è portata Ginevra. Con il nome ha chiamato sulla figlia tutte le carte giuste che la vita ti dovrebbe servire. E, in effetti, la bambina le è venuta bionda, elegante, educata, pazientissima. Era presente al giuramento dei ministri del governo della sua mamma, nel Salone delle feste del Quirinale, davanti al presidente Sergio Mattarella. Ed è presente a Bali, nello staff del presidente del Consiglio. Ma lei non sembra lasciarsi impressionare più di tanto. Basta stare attaccate alla mamma, alla manica della sua giacca che sa di casa. Ovunque. C’è chi ha trovato inusuale la presenza di una bambina di sei anni al summit in Indonesia. Ma Giorgia Meloni ha reso inusuale tutto, perché con lei è la prima volta di tutto. Di una donna presidente del Consiglio in Italia, di un marito first gentleman (il compagno della Meloni, il giornalista Andrea Giambruno), di una bimba in una delegazione internazionale (anche Renzi si portò la figlia Ester in Giappone ma con lui c’era anche la moglie Agnese), di Palazzo Chigi costretto a emanare una nota per chiedere con quale appellativo il/la Presidente voglia essere chiamato/a. Ha fatto bene, Giorgia, a portarsi Ginevra. Intanto perché se n’è volata dall’altra parte del mondo, e mettere tanta distanza tra sé e una figlia (così piccola per di più), fa male. La lontananza morde il petto. E poi perché è il sogno di qualsiasi genitore poter riempire i propri figli di straordinarietà. E se non è straordinario assistere al giuramento del governo di tua madre, o seguirla in una meta esotica per incontrare i presidenti di mezzo mondo…

Ma soprattutto è giusto per Giorgia. È giusto che festeggi, che si riprenda il tempo, che abbia Ginevra accanto mentre gioisce dell’impresa che ha messo a segno. È giusto che vengano risarcite entrambe e soprattutto che si risarciscano a vicenda per tutte le cose che si sono negate aspettando che finisse l’entusiasmante, defatigante corsa. Per tutte le volte che sono rimaste affamate l’una dell’altra, che si sono dovute salutare controvoglia con la lacrima pronta a rotolare. Lasciate che Giorgia si goda Ginevra e Ginevra si goda sua mamma. Altrimenti sarebbe stato inutile anche il sorprendente traguardo politico raggiunto dalla Meloni. (E ieri, a proposito di traguardi politici, la Giunta per il Regolamento di Montecitorio ha stabilito che le deputate della Camera potranno allattare in Aula i loro bimbi, continuando a partecipare ai lavori parlamentari, fino a quando i bebè non avranno compiuto un anno di età). Ma tornando a loro: dall’altra parte della terra, insieme, per un appuntamento epocale. Giorgia si ricorderà di esserci stata con sua figlia, sua figlia si ricorderà che sua madre se l’è portata. E che madre… Lasciatele un po’ insieme, quelle due. A farsi bene a vicenda. Ci viene spesso in mente quel post che la Meloni dedicò alla figlia alla vigilia delle elezioni: «Grazie per la pazienza che hai avuto in questi anni amore mio. Grazie per come, nonostante i tuoi sei anni, hai capito, e sopportato le mie troppe assenze. Grazie per come mi corri incontro quando torno a casa, e per quando mi dici mamma in bocca al lupo!. È tutto per te. Ti amo».

Ecco quel «è tutto per te» ci pianta una fitta di invidia nel fianco. Perché lo sappiamo bene che è proprio così, che non c’è niente che ti motivi quanto lo sguardo d’orgoglio di un figlio. Ma nessuno ha saputo motivarsi quanto Giorgia. Che oggi è perfettamente all’altezza del nome che ha dato a sua figlia.


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