L’autogol dei referendum che lasciano il Paese in panne

Giu 20, 2022

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    Se le decisioni politiche errate sono una delle principali motivazioni per cui oggi ci troviamo in una situazione di crisi energetica (oltre ovviamente alla guerra in Ucraina), anche il giudizio dei cittadini italiani, quando sono stati interpellati su questi temi, non ha aiutato. Dalla fine degli anni Ottanta sono avvenuti una serie di referendum afferenti, più o meno direttamente, il settore energetico e il risultato delle consultazioni popolari si è rivelato, con il senno del poi, animato da una visione di corto respiro. Partendo dal presupposto che l’esito dei referendum va rispetto, torna in auge il dibattito se sia lecito interpellare i cittadini su tematiche con una forte valenza tecnica poiché, durante le campagne referendarie, prevale l’ideologia più che valutazioni oggettive sui pro e contro del voto. Così è avvenuto con i due referendum sul nucleare nel 1987 e nel 2011 il cui esito è stato influenzato dall’emotività suscitata da due tragedie come Cernobyl e Fukushima. Se nel 1987 i quesiti referendari chiedevano ai cittadini di esprimersi sull’«abrogazione dell’intervento statale se il Comune non concede un sito per la costruzione di una centrale nucleare» e sull’«esclusione della possibilità per l’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero», nel 2011 il referendum si basava sull’«abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare». In entrambi i casi si è raggiunto il quorum e si è espresso contro il nucleare rispettivamente l’80,6% e il 94,05% dei votanti.

    Sempre nel 2011 si è votato il referendum sull’«acqua pubblica». Presentato come la privatizzazione dell’acqua, riguardava in realtà la rete idrica rimasta ad appannaggio degli enti pubblici con sprechi e scarsa manutenzione che incidono anche sulla dispersione idrica. Diverso l’esito del referendum del 2016 sullo stop alle trivelle che non ha raggiunto il quorum ma analoga la decisione di chi si è recato alle urne con l’85,84% a favore dell’abrogazione delle concessioni per trivellare.

    Eppure, il risultato dei referendum non dovrebbe stupirci: in Italia è particolarmente diffuso il fenomeno «nimby» («Not In My Back Yard», tradotto in italiano «Non nel mio cortile») per cui un’opera necessaria per la collettività va bene purché non sia realizzata nei pressi di un territorio avvertito come vicino ai propri interessi. Lo stesso vale per l’energia; se vogliamo raggiungere l’indipendenza e fermare la crescita dei prezzi, è necessario il coraggio di assumere decisioni che nel breve periodo possono sembrare impopolari ma che in prospettiva si riveleranno vincenti dicendo basta al populismo energetico.


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